Viadotto di Barcola e fabbriche storiche Trieste fine '800
Economia e commercio

Le industrie dimenticate di Trieste: fabbriche scomparse della città asburgica

Dalla vernice segreta dei Veneziani diretta da Italo Svevo all'automobile Alba durata due anni, dal ghiaccio cristallino di Barcola ai biscotti inglesi di Barriera Vecchia: viaggio tra le industrie scomparse della Trieste asburgica.

Quando parliamo della Trieste asburgica pensiamo ai caffè storici, ai palazzi delle assicurazioni, al brulichio del porto. Un'altra storia la raccontano invece le industrie dimenticate: Trieste fu anche una città di ciminiere fumanti, formule segrete e imprese audaci, dove uno scrittore dirigeva una fabbrica di vernici e un gruppo di borghesi appassionati sognava di costruire automobili. Passeggiamo tra le fabbriche scomparse della città imperiale, seguendo le tracce che hanno lasciato nei nomi delle vie, nella letteratura e nei muri di mattoni rossi.

Un ecosistema produttivo all'ombra del porto

La Trieste industriale e la Trieste portuale vengono spesso raccontate come realtà distinte, ma l'una era la conseguenza dell'altra. Il porto franco voluto da Maria Teresa non si limitava a stoccare le merci: le lavorava. La crescita dei traffici marittimi generava una domanda enorme di cordami, olii industriali, vernici sottomarine, saponi e strumenti di precisione — tutto ciò che serviva a una flotta (Fonte: TRIESTE.news).

I numeri sono sorprendenti. Nel 1920 la provincia di Trieste ospitava circa 13.000 industrie con meno di venti operai ciascuna: una galassia di microimprese che dava lavoro complessivamente a 30.000 operai. La sola Trieste contava in quegli anni ancora 220 officine per la lavorazione del legname. I grandi cantieri come l'Arsenale del Lloyd — inaugurato con la posa della prima pietra nel 1853 alla presenza dell'arciduca Massimiliano — ancoravano questo ecosistema, ma attorno a loro fiorivano centinaia di officine che i libri di storia raramente menzionano. Il crollo dell'Impero austro-ungarico e la crisi del 1929 taglieranno questo tessuto, recidendo il legame di Trieste con il suo entroterra mitteleuropeo: molte delle fabbriche che incontreremo non sopravvissero a quella doppia scure.

La fabbrica Veneziani: la formula segreta e la coscienza di Svevo

Nel 1863 Giuseppe Moravia inventò una vernice antivegetativa per le carene delle navi, la vernice Moravia, la cui formula rimase segreta per decenni. La gestione dell'impresa passò alla figlia Olga Moravia e al genero Gioachino Veneziani, che diede il nome alla fabbrica sulla strada di Servola — oggi via Svevo (Fonte: Wikipedia, Brain_Storia).

La segretezza era leggendaria: quando gli ingredienti chiave finivano nella caldaia, gli operai uscivano e procedevano solo i familiari. Si racconta che Olga preferisse assumere operai poco curiosi, per proteggere meglio la ricetta. Il prodotto conquistò le marine di mezzo mondo: tutte le carene del Lloyd Austriaco venivano trattate con la vernice Veneziani, adottata anche dalle flotte militari di Italia, Austria, Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, Turchia, Grecia e Argentina.

Nel 1899 entrò in azienda come dirigente lo scrittore Italo Svevo — Ettore Schmitz, che aveva sposato Livia Veneziani. Nel 1903 fu proprio lui a organizzare l'apertura della filiale di Charlton, vicino a Londra, per rifornire l'ammiragliato britannico. E fu la necessità di perfezionare l'inglese commerciale a spingerlo a prendere lezioni da un giovane insegnante irlandese allora residente a Trieste: James Joyce, la cui ammirazione per La coscienza di Zeno lancerà più tardi la fama letteraria di Svevo in Francia. Durante la Grande Guerra la fabbrica venne requisita e i macchinari trasferiti a Pola; la villa di famiglia, accanto allo stabilimento, fu distrutta dai bombardamenti nel febbraio 1945.

Alba: l'automobile triestina durata due anni

Nel 1906 un gruppo di appassionati di automobili, appartenenti a importanti famiglie triestine, fondò la Alba Fabbrica Automobili S.A. — in tedesco Alba Automobilwerke Aktiengesellschaft. Tra loro Ettore Modiano, figlio del fondatore della celebre industria cartotecnica, Edmondo Richetti delle Assicurazioni Generali e il console di Romania Nicolò Sevastopulo (Fonte: Wikipedia, forum atrieste.eu).

La fabbrica, progettata dallo studio Berlam, occupava un capannone di 20.000 metri quadrati nella zona di San Sabba/Valmaura e impiegava circa 150 operai sotto la direzione dell'ingegner Bauer. Per il Salone di Parigi del 1907 l'azienda approntò il suo modello più potente, la 35/40 HP: motore quadricilindrico da 6.868 centimetri cubici, trasmissione a cardano, cambio a quattro marce più retromarcia. La critica specializzata ne lodò la modernità.

Gli applausi, però, non pagano i salari. Nel 1908 furono costruite soltanto nove o dieci vetture — troppo poche per una simile forza lavoro — e la società finì in liquidazione tra il luglio 1908 e il 1909. Una delle rare vetture prodotte, targata K1296, fu acquistata dal Comune di Trieste per il comando dei pompieri: un epilogo malinconico per l'unica fabbrica di automobili della città.

Il freddo industriale: la Fabbrica di Ghiaccio Cristallino di Barcola

Prima dei frigoriferi domestici, il ghiaccio era un prodotto industriale. Nel 1894 il cavaliere Enrico Ritter de Zahòny fondò a Barcola, vicino al porticciolo del Cedas, una fabbrica di ghiaccio cristallino che arrivò a impiegare fino a ottanta operai — un'impresa considerevole per una borgata che fino a metà Ottocento contava circa 400 pescatori (Fonte: Trieste di ieri e di oggi).

Il sito riserva una sorpresa archeologica: nel 1887, durante gli scavi per un canale lungo il confine del terreno della fabbrica, vennero alla luce i mosaici di una vasta villa romana del I-II secolo a.C. — duemila anni di storia sovrapposti nello stesso lembo di costa, dai patrizi romani agli operai del ghiaccio. Il comprensorio fu poi occupato dalla concessionaria Fiat di Antonio Grandi. Oggi del freddo industriale di Barcola non restano che documenti, fotografie e il ricordo di un mestiere che i frigoriferi hanno cancellato.

Biscotti, legno e cartine: le industrie scomparse minori

Oltre ai nomi celebri, una costellazione di fabbriche minori faceva vibrare la Trieste asburgica:

  • London Biscuit Factory A. Gatti (1890 circa): fondata con capitali inglesi tra Montebello e Barriera Vecchia, produceva biscotti di qualità dal gusto british per i mercati del Levante e anglosassoni, con cinque impastatrici da 300 chili e una pionieristica catena di montaggio lodata per l'igiene — un argomento che conquistava le madri desiderose di dare ai figli biscotti sani. Negli anni Venti la concorrenza al ribasso dell'industria italiana ne segnò il declino.
  • Stabilimento legnami G. Cante (1848): fondato da Carlo Cante, che nel 1866 realizzò gli arredi della Farmacia Serravallo in piazza Cavana, fu trasferito nel 1892 in corsia Stadion (oggi via Battisti) con 150-200 operai su 1.800 metri quadrati. Dopo l'Esposizione Universale di Parigi del 1900, Giovanni Cante inventò le vetrine in legno con saracinesche avvolgibili in ferro che ancora definiscono i negozi storici triestini, e realizzò nel 1913 il massiccio bancone del Caffè San Marco.
  • Stabilimento A. Salto (1888): cartine da sigarette, da via Ireneo della Croce al moderno opificio di via Media, dove solo al primo piano lavoravano 120 operaie. L'impresa era nata addirittura a Istanbul nel 1868, nel cuore dell'Impero Ottomano, prima di espandersi nella città giuliana. Ogni macchina aveva un motore autonomo: un'innovazione di sicurezza che eliminava le pericolose cinghie di trasmissione, all'epoca causa di gravi infortuni.
  • La Torre dei pallini (1839): costruita dal regio perito Angelo Toniutti per Giuseppe Ciana sulla fabbrica fondata nel 1806 dal novarese Dioniggi Ciana, produceva pallini da caccia colando piombo fuso a caduta libera in una vasca d'acqua. Secondo lo storico Diego de Henriquez è il più antico manufatto industriale di Trieste, schizzato perfino da William Turner nel 1840 e oggi nascosto nel quadrilatero di Insiel, presso il Giardino pubblico.

Cosa resta: archeologia industriale tra Dreher, Stock e Holt

Alcuni giganti hanno lasciato tracce visibili. La birreria Dreher sorse in via Giulia in soli 230 giorni, inaugurata il 15 gennaio 1866 da un consorzio dell'élite triestina — Morpurgo, Revoltella, la banca Rothschild. Anton Dreher la dotò nel 1877 di un compressore frigorifero rivoluzionario, oggi conservato al Museo della Tecnica di Vienna. Chiusa nel 1976 e in gran parte demolita nel 1986, sopravvive in un unico edificio neogotico al civico 75 di via Giulia.

La distilleria Stock, fondata il 26 dicembre 1884 a Barcola dal diciottenne Lionello Stock con 2.000 fiorini prestati dal padre, deve la sua fortuna a un'intuizione: se i vini istriani partivano per la Charente a diventare cognac francese, si potevano distillare anche a Trieste. Nacque così il Cognac Medicinal, che ottenne il massimo riconoscimento di genuinità dal Codex Alimentarius Austriacus e si diffuse in tutto l'Impero. Negli anni Venti l'azienda si trasferì a Roiano, dove la Stock town di mattoni rossi resiste ancora, recuperata dal 1993. Le officine Holt di via Gambini, fondate da Thomas Holt di Manchester arrivato in città nel 1840 per costruire motori e caldaie, sopravvivono con le loro facciate merlate e i rosoni in pietra, oggi riconvertite in appartamenti.

Una memoria da riscoprire

Le industrie dimenticate di Trieste non furono una nota a margine: hanno plasmato rioni, toponimi e perfino la letteratura. Senza la fabbrica Veneziani, Svevo forse non avrebbe mai incontrato Joyce; senza le officine di Barriera Vecchia, interi quartieri avrebbero un volto diverso. Camminare oggi per Servola, Barcola o Roiano — o lungo le banchine del Porto Vecchio — significa attraversare una mappa industriale invisibile: una città di lavoro e ambizioni che merita di essere ricordata accanto ai suoi caffè e ai suoi palazzi.

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