Il mercato del pesce di Trieste è stato per oltre un secolo uno dei luoghi più vitali e identitari della città, punto di incontro tra commercianti, pescatori, massaie e curiosi, e simbolo della tradizione marittima triestina. La sua storia riflette le trasformazioni economiche, sociali e urbanistiche di Trieste tra Ottocento e Novecento.
Dalle origini alla “vecchia pescheria”
Le prime tracce di regolamentazione della vendita del pesce a Trieste risalgono al 1150, quando fu redatto uno statuto che disciplinava la commercializzazione del pescato.
- Per secoli, la corporazione di Muggia fu protagonista dell’attività di pesca, affiancata dal Seicento dai pescatori del bacino di Barcola.
- Nel corso dell’Ottocento, con l’espansione urbana e l’incremento del traffico marittimo, si rese necessario dotare la città di strutture adeguate.
- La “vecchia pescheria”, attiva dal 1878 presso l’attuale Teatro Miela, divenne il principale punto di vendita all’ingrosso e al dettaglio del pesce.
La Nuova Pescheria: un’opera d’avanguardia
Alla fine del XIX secolo, per consentire l’ampliamento del punto franco e rispondere alle nuove esigenze igieniche e commerciali, si decise di costruire una nuova pescheria.
Dopo anni di dibattiti e rinvii, la scelta cadde su un’area tra il Molo Giuseppino e il Molo dei Pescatori. I lavori, affidati all’architetto Giorgio Polli e all’ingegnere Piero Zampieri, iniziarono nel 1911 e si conclusero nell’agosto 1913.
L’edificio, realizzato in stile eclettico con richiami basilicali, si distingueva per:
- La struttura in cemento armato.
- Le grandi vetrate affacciate sul mare.
- I fregi decorativi a tema marino dello scultore Ambrogio Pirovano.
Il salone centrale, lungo 60 metri e largo 35, ospitava 146 banchi di vendita in pietra del Carso, serviti da acqua dolce e salata, mentre la torre laterale fungeva da serbatoio per l’acqua marina. La pescheria fu subito ribattezzata dai triestini “Santa Maria del Guato” (dal nome del pesce ghiozzo), per la sua forma che ricordava una chiesa.
Un luogo di vita, lavoro e memoria
La Nuova Pescheria divenne rapidamente un centro sociale e commerciale: qui si svolgevano le aste del pesce (“degli incanti”), la vendita al minuto, i controlli dell’Annona e le attività amministrative.
Il mercato era animato da:
- Pescivendoli e massaie.
- Ristoratori e semplici curiosi.
In un’atmosfera vivace e popolare, immortalata da celebri fotografi come Pietro Opiglia, Ugo Borsatti e Adriano de Rota. La pescheria fu anche set cinematografico per film come “Senilità” di Bolognini (1962) e “Il Padrino parte II” di Coppola (1974).
Declino e trasformazione
Dopo la Seconda guerra mondiale, la pescheria iniziò un lento declino, segnato da:
- La riduzione dei banchi.
- Lo spostamento della vendita al minuto nei quartieri periferici.
Le ragioni furono di natura economica, igienica e logistica, ma anche il mutamento delle abitudini alimentari e della distribuzione. Le luci della pescheria si spensero definitivamente il 31 dicembre 1998, segnando la fine di un’epoca e la “polverizzazione di un luogo di incontro quotidiano e di aggregazione sociale”.
Il Salone degli Incanti: la rinascita culturale
Nel 2006, l’ex pescheria è stata trasformata nel Salone degli Incanti, centro espositivo d’arte moderna e contemporanea, restituendo alla città un edificio di grande pregio architettonico e simbolico.
Oggi il Salone ospita mostre, eventi e manifestazioni culturali, mantenendo viva la memoria di un luogo che per quasi un secolo ha rappresentato il cuore pulsante della Trieste popolare e marittima.
Lo storico mercato del pesce di Trieste rimane così un simbolo della città, della sua identità marinara e della capacità di trasformare la memoria collettiva in nuove forme di vita e cultura urbana.