Vista sulla Tor Cucherna
Architettura e urbanistica

Castelli, porte e mura di Trieste: cosa resta della città fortificata

Tergeste romana, mura medievali, porte cittadine, fortificazioni asburgiche e i due castelli superstiti: un viaggio fra ciò che resta della Trieste fortificata, demolita per ordine di Maria Teresa e ripensata dall'Impero.

Castelli, porte, mura: Trieste è stata per secoli una città chiusa dietro una cinta di pietra, e oggi appare a chi la attraversa come un palinsesto. Le mura sono cadute quasi tutte, le porte sono fantasmi inglobati negli edifici dell'Ottocento, e dei castelli ne restano due — uno medievale, uno romantico — che si guardano da capi opposti del golfo. Eppure quelle pietre erano la cosa più importante della città: stabilivano chi era dentro e chi era fuori, dove finiva Tergeste e dove iniziava il Carso.

Da Tergeste all'Impero: l'evoluzione della Trieste fortificata

Trieste è una città murata fin dall'antichità. Già nel 32 a.C. Augusto fece riedificare le mura della Tergeste romana, e alla fine del V secolo d.C. furono restaurate da Teodorico, re degli Ostrogoti. Il tracciato romano correva dove oggi sorge la chiesa dei Gesuiti, con il mare a lambirne il piede.

Nel Medioevo, quando la città si espanse sulle pendici del colle di San Giusto, si costruì un nuovo poderoso anello murario — spesso oltre tre metri e mezzo, in arenaria, coronato da merlatura guelfa, con torri quadrangolari o poligonali, feritoie, caditoie e portali ad arco a tutto sesto. All'interno, arcatelle cieche ospitavano botteghe e laboratori artigiani. Già nel Trecento, come testimonia la pala di San Giusto, le mura formavano un anello difensivo continuo, integrato da un ampio fossato alimentato dal torrente San Michele e, sul lato mare, da acqua marina che, attraverso la Portizza, permetteva a piccole imbarcazioni di entrare in città fino alla Piazza Vecchia.

Maria Teresa e il grande abbattimento

Nel 1719 l'imperatore Carlo VI dichiarò Trieste Porto Franco. Da quel momento la cinta medievale divenne un freno per una città che si riempiva di mercanti, magazzini, consolati e squeri. Il passo decisivo arrivò trent'anni più tardi: nel 1749 l'imperatrice Maria Teresa ordinò il progressivo abbattimento delle mura. Le cronache registrano le tappe con precisione notarile:

  • nel 1749 caddero le mura presso le Beccherie, l'attuale sede della Questura
  • nel 1750 quelle tra Barbacan e mare
  • nel 1752 quelle tra città vecchia e città nuova
  • nel 1784 la torre di Riborgo
  • nel 1838 quella dell'orologio
  • nel 1842 quella di San Servolo
  • nel 1853 gli ultimi grandi torrioni delle porte di Riborgo e Donota

In poco più di un secolo Trieste passò dall'essere città chiusa a città aperta, libera di crescere verso il mare e verso il porto.

Le porte cittadine perdute: gli antichi accessi a Trieste

Delle porte medievali non sopravvive quasi nessuna nella sua forma originale. Le quattro principali — Cavana, Riborgo, Donota, Portizza — si aprivano sui quattro punti cardinali della città medievale, e ciascuna definiva un quartiere intero.

Porta Cavana e la Portizza, i varchi verso il mare

La Porta di Cavana, nella sua forma documentata risalente alla quarta ricostruzione delle mura del 1471, si apriva verso il quartiere dei Santi Martiri e il rione marinaro. Lo stesso toponimo Cavana deriva dal latino cavea, la conca dove i pescatori tiravano a secco le barche. Demolita progressivamente dalla seconda metà del Settecento sotto Giuseppe II e poi inglobata negli edifici circostanti, i suoi resti sono stati riscoperti nel 2014 durante scavi ACEGAS, riportando alla luce un frammento della cinta trecentesca che era sopravvissuta fino alla fase di massima espansione urbanistica del XVIII secolo.

La Portizza, la piccola "porta di porto", controllava il Canal Piccolo, detto anche Canal del Vino, un canale navigabile che dalla Riva Carciotti risaliva fino a Piazza Vecchia. Interrato progressivamente tra Sette e Ottocento, oggi la porta è invisibile, inglobata negli edifici che si affacciano su Piazza della Borsa, compresa l'elegante Casa Bartoli di Max Fabiani.

Porta Riborgo e Porta Donota, il presidio del Borgo

Sul lato opposto della città, Porta Riborgo e Porta Donota formavano un unico complesso fortificato a presidio della strada per il colle di San Giusto. Ciascuna era sormontata da una massiccia torre — pentagonale a Riborgo, quadrata a Donota — con ponte levatoio e fossato pieno d'acqua. Il pattern di demolizione fu identico per entrambe: la porta vera e propria fu abbattuta nel 1750, ma le torri resistettero ancora un secolo, fino al 1853, quando caddero durante la grande ridisegnazione asburgica di Cittavecchia.

Tor Cucherna: l'unica torre medievale superstite

In tutto l'anello murario, una sola torre di vedetta è sopravvissuta: la Tor Cucherna, costruita nel XIV secolo dai Veneziani per la sorveglianza notturna delle mura. Alta circa dieci metri e larga cinque, sorgeva sul tratto di mura che si dipartiva dal Bastione Rotondo del Castello di San Giusto. Il nome deriverebbe dal verbo tedesco gucken, "sbirciare", da cui anche il dialettale cucar.

La torre deve la sua sopravvivenza a un fortunato equivoco: quando le mura medievali furono abbattute, la struttura era stata già inglobata in una casa privata e utilizzata come abitazione. Nel 1884 lo storico Antonio Tribel notò strane sottili aperture — feritoie — nella facciata di un edificio di via dei Capitelli, e la casa che la nascondeva fu demolita per riportare alla luce la torre sottostante. Il restauro definitivo fu completato nel 1910 su progetto di Enrico Nordio, allora Conservatore per i Monumenti Medioevali, che ricostruì la parte superiore in mattoni rossi per distinguerla dall'arenaria originale.

Forte Kressich e la difesa asburgica del porto

A metà Ottocento mura e torri erano ormai obsolete: l'artiglieria era cambiata, e la minaccia per Trieste arrivava dal mare. Le occupazioni napoleoniche del 1797, 1806-1807 e 1809-1813 avevano dimostrato la vulnerabilità della città, e l'Alto Comando Austriaco pianificò una moderna fortezza costiera come perno di un nuovo sistema difensivo.

Il progetto fu approvato nel 1850 dall'imperatore Francesco Giuseppe, che ne affidò lo studio a Karl Moering (1819-1870), Tenente Colonnello del Genio e poeta dilettante, di discendenza prussiana. Pur essendo cittadino austriaco, Moering aveva studiato a fondo le ultime tecniche fortificatorie prussiane, e nel forte riversò tutta la sua conoscenza ingegneristica. Costruito tra il 1854 e il 1857 sul Poggio di Gretta a sessanta metri sul livello del mare, il Forte Kressich combinava:

  • un lungo bastione lato mare con feritoie rinforzate
  • una bassa rondella circolare progettata per resistere ai bombardamenti navali
  • un ampio fossato asciutto con galleria di controscarpa e caponiera interna
  • sotterranei e magazzini di polvere a prova di bomba, che si dice arrivassero fino alla chiesa di Barcola

A presidiarlo, una guarnigione di oltre mille uomini, armata con cannoni da 48 libbre e poi, dal 1890, con i moderni cannoni Cavalli a retrocarica e canna rigata.

Quando l'artiglieria navale superò le sue difese, il Forte Kressich fu declassato a magazzino militare. Nel 1927 l'architetto triestino Arduino Berlam vi costruì sopra il Faro della Vittoria, monumento commemorativo dei caduti italiani della Grande Guerra: un gesto deliberatamente simbolico, un faro italiano che si ergeva sulle fondamenta di una fortezza asburgica. La struttura del forte sopravvive ancora intatta a cinque metri sotto il faro, conservata come basamento.

I castelli superstiti: San Giusto e Miramare

I due testimoni in pietra della Trieste imperiale si guardano da capi opposti del golfo.

Castello di San Giusto, il baluardo sull'acropoli

L'attuale Castello di San Giusto fu iniziato nel 1470 per volontà dell'imperatore Federico III d'Asburgo, sull'antica acropoli di Tergeste, dove già sorgevano fortificazioni vescovili documentate dal XIII secolo. La nuova rocca, a pianta poligonale, con mura spesse e torri angolari, doveva rafforzare il controllo imperiale sulla città — che era passata sotto la protezione asburgica con la dedizione spontanea del 1382 — e resistere sia agli attacchi esterni veneziani sia alle rivolte interne. Nel 1508, durante la guerra tra Venezia e l'Impero, il complesso fu ampliato con la poderosa Torre Federiciana a sormontare l'ingresso. Le ultime cortine murarie e i bastioni furono aggiunti tra il 1630 e il 1647, conferendogli l'aspetto attuale: pianta irregolare, cortile centrale, camminamenti di ronda e fossato.

Castello di Miramare, il sogno eclettico di Massimiliano

Il polo opposto della Trieste asburgica sorge a Grignano. Nel 1855 l'arciduca Ferdinando Massimiliano d'Asburgo, fratello di Francesco Giuseppe, decise di costruire una residenza romantica affacciata sul mare, scegliendo personalmente il sito e affidando il progetto all'architetto austriaco Carl Junker. I lavori per il corpo principale del Castello di Miramare si svolsero tra il 1856 e il 1860, in uno stile eclettico-neomedievale che mescolava richiami gotici, rinascimentali e romantici, ispirandosi alle residenze principesche d'Europa. A differenza di San Giusto, Miramare non fu mai un edificio militare: era una folly principesca, una scenografia per la famiglia imperiale che presto avrebbe incluso anche la tragica avventura messicana di Massimiliano stesso.

Cosa resta oggi della Trieste fortificata

Della grande Trieste fortificata le tracce visibili sono poche ma eloquenti: la Tor Cucherna in via dei Capitelli, un breve tratto della muratura federiciana nel Giardino del Capitano, i bastioni del Castello di San Giusto, il profilo del Castello di Miramare sulla scogliera, le fondamenta sepolte del Forte Kressich sotto il Faro della Vittoria, e i nomi — Porta Cavana, Portizza, via di Donota, via di Riborgo, piazzetta Tor Cucherna — che la toponomastica continua a ricordare. Le mura medievali furono abbattute per fare spazio alla città moderna, mercantile, asburgica. Quello che sopravvive è lo strato imperiale che è venuto dopo — e i frammenti che la città, per caso o per scelta, si è rifiutata di dimenticare.

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