Abbattimenti in Cittavecchia anni 30'
Architettura e urbanistica

Abbattimenti di Cittavecchia: lo sventramento fascista del cuore di Trieste (1934-1938)

Tra il 1934 e il 1938 il regime fascista demolì 181 case, 373 botteghe e quattro sinagoghe nel cuore medievale di Trieste, sradicando oltre 2000 famiglie in nome del 'piccone risanatore'.

Gli abbattimenti Cittavecchia Trieste degli anni '30 sono una delle ferite più profonde del Novecento cittadino. Quando attraversiamo oggi lo spiazzo luminoso di piazza Cavana, o ci affacciamo sul Teatro Romano da via del Teatro Romano, camminiamo su quella ferita. Tra il 1934 e il 1938 il regime fascista, sotto lo slogan del "piccone risanatore", demolì un'intera porzione del cuore medievale e rinascimentale di Trieste — l'area chiamata Cittavecchia. Dietro la retorica dell'igiene pubblica e dell'italianità si nascose una delle più violente trasformazioni urbanistiche di una città italiana del Novecento: 181 case rase al suolo, 373 botteghe e magazzini cancellati, quattro sinagoghe scomparse e oltre 2.000 famiglie sradicate dalle strade in cui vivevano da secoli.

Un quartiere popolare prima del piccone

La vita nel cuore medievale

Prima delle demolizioni, Cittavecchia era un tessuto fitto di androne, cortili stretti, bifore trecentesche e logge rinascimentali stretti attorno a tre poli: l'Arco di Riccardo romano, la cattedrale di San Giusto e la Borsa Vecchia. La popolazione era operaia e cosmopolita — ebrei corfioti, lavoratori del porto, manovali sloveni e friulani, mercanti greci e levantini — stipata in edifici che la stampa borghese dell'epoca descriveva come sordidi, ma che la storica Diana De Rosa avrebbe poi documentato come un tessuto urbano vivo, plurilingue, profondamente sociale.

Un "problema" per la città italiana

Dopo l'annessione del 1918, Trieste perse il ruolo di principale porto dell'Impero asburgico ed entrò in una lunga crisi economica. La borghesia italiana, frustrata per la perdita delle funzioni imperiali, proiettò le proprie ansie su Cittavecchia: i vicoli divennero metafora di tutto ciò che era arretrato, malsano e non italiano della città. La propaganda fascista tradusse questo risentimento in politica urbana.

Il palcoscenico politico: Salem e il "fascismo di confine"

Un podestà ebreo per la Trieste fascista

Il 21 ottobre 1933 il regime nominò Enrico Paolo Salem podestà di Trieste. Amministratore di banca di origine sefardita, Salem rappresentava un compromesso tra l'ala rivoluzionaria del fascismo locale e l'establishment liberale conservatore. Fu, insieme a Renzo Ravenna di Ferrara, uno dei due soli podestà ebrei dell'Italia fascista. Il paradosso che gli sarebbe poi costato tutto era già visibile nel 1934: Salem era l'uomo che firmava l'ordine di demolire le sinagoghe del ghetto, ed era egli stesso ebreo. Si dimise il 10 agosto 1938, poche settimane prima dell'entrata in vigore delle leggi razziali.

La retorica del risanamento

Nella stampa fascista triestina — Il Popolo di Trieste in primis — le demolizioni venivano celebrate come "rivendicazione archeologica", una restituzione del passato romano dallo squallore medievale. Il piccone veniva presentato simultaneamente come strumento d'igiene, di nazionalismo e di rinascita monumentale.

Il Piano Regolatore del 1934: Grassi, Jona e Piacentini

Dai sogni asburgici al piano fascista

Cittavecchia era oggetto di fantasie architettoniche fin dall'epoca asburgica — Prevosti, Comelli, Escher avevano tutti proposto interventi selettivi. Ma fu l'ingegnere Paolo Grassi che, tra il 1925 e il 1932, redasse prima il Piano di dettaglio per Cittavecchia e poi il Piano di demolizione. Con l'architetto Camillo Jona sviluppò il piano regolatore generale, approvato il 10 maggio 1934 con il Regio Decreto-Legge n. 989 — il primo Piano Regolatore Generale nella storia di Trieste.

La mano monumentale di Piacentini

L'architetto romano Marcello Piacentini, già urbanista prediletto del regime, fece da consulente. Spinse per la creazione di assi monumentali e firmò la nuova facciata del Palazzo delle Assicurazioni Generali sul Corso Vittorio Emanuele III. Il piano prevedeva:

  • Largo Riborgo (inizialmente Piazza Malta), una nuova piazza nel cuore dell'area sventrata
  • l'estensione di via Roma dal Borgo Teresiano fino a piazza Unità
  • la demolizione dell'intero isolato dietro il Palazzo del Municipio, prospiciente via di Riborgo, per liberare il Teatro Romano
  • un sistema di nuovi edifici in stile fascista a corona dei resti archeologici

La cronologia della distruzione (1932-1938)

Dalla carta al piccone

  • 1925: Grassi presenta il Piano di dettaglio
  • 1932: approvazione del Piano di demolizione per Cittavecchia
  • 10 maggio 1934: Regio Decreto-Legge n. 989 rende esecutivo il Piano Regolatore Generale
  • 1934-1937: picco delle demolizioni nell'area tra piazza della Borsa, via di Riborgo, via Donota, via Malcanton e via Crosada
  • 1937: approvata la costruzione dell'ala destra prospiciente via Malcanton
  • 1938: ultime demolizioni di larga scala in via S. Maria Maggiore

I numeri

Tra il 1934 e il 1937 il piccone distrusse:

  • 181 case di abitazione
  • 1 stalla e 1 albergo
  • 373 magazzini e botteghe
  • l'intera piazzetta Trauner, via Crosada, via Piccola Fornace
  • la trecentesca Casa Montecchi (1438) in via S. Maria Maggiore 2
  • la Casa Piccardi (1514) e la Casa dei Bavaresi
  • bifore medievali del XIII-XIV secolo documentate e poi abbattute nella Casa Vianello di via Malcanton 7

Demolizioni notturne e Soprintendenza

Le demolizioni avvenivano spesso di notte, giustificate alla Soprintendenza ai Monumenti come "crolli improvvisi". La tecnica era deliberata: quando la Soprintendenza poteva intervenire, la facciata storica era già ridotta a macerie. Tra i pochissimi oppositori pubblici figura il poeta dialettale Raimondo Cornet ("Corrai"), che apertamente derideva il "Podestà Piccon".

La cancellazione della Trieste ebraica

Quattro sinagoghe perdute

L'atto ideologicamente più violento delle demolizioni fu la cancellazione delle sinagoghe storiche del ghetto, in particolare il Tempio Maggiore eretto nel 1798 in via delle Beccherie (oggi area della Questura) su progetto del perito Francesco Balzano in stile veneziano. L'edificio ospitava al proprio interno due Schole — la Schola Spagnola di rito sefardita (Schola n. 3) e la Schola Grande di rito ashkenazita (Schola n. 2) — demolite rispettivamente nel 1928 e nel 1934. La nuova sinagoga di via Donizetti, inaugurata il 27 giugno 1912 su progetto degli architetti Ruggero e Arduino Berlam, le aveva ritualmente sostituite — ma non giustificava certo la loro cancellazione fisica.

Prima delle leggi razziali

Questo è il paradosso più profondo del piccone risanatore: il regime fascista cancellò gli edifici dell'ebraismo triestino prima delle leggi razziali del 1938. Il pretesto era igienico; la sostanza fu un'anticipazione culturale. Una sola traccia di una sinagoga del ghetto è ancora visibile oggi, incastonata in una parete di piazzetta Bronzin.

Archeologia romana, perdite medievali

La "rivendicazione" di Tergeste

Il risultato più fotografato delle demolizioni è il Teatro Romano, liberato tra il luglio 1937 e il settembre 1938 dopo l'abbattimento dell'isolato tra via Riborgo e via Donota. Il culto della romanità guidò l'intera operazione: gli sbancamenti sul colle di San Giusto per il Monumento ai Caduti rivelarono una basilica romana del II secolo d.C.; gli scavi in Corso Vittorio Emanuele III portarono alla luce un pavimento romano e il cippo sepolcrale di Quinto Mario Nomi, di famiglia aquileiese. L'Arco di Riccardo, già esistente, ottenne finalmente lo spazio aperto che il regime considerava degno di una reliquia imperiale.

Le perdite medievali

Per ogni pietra romana recuperata, fu distrutto un intero secolo della Trieste post-classica. Le bifore della Casa Vianello, pozzi decorati, finestre crociate, cortili, ballatoi, tutti gli strati gotico-adriatici e veneto-rinascimentali di Cittavecchia finirono nei cassoni delle macerie.

Un dramma demografico

Duemila famiglie sradicate

La conseguenza umana fu enorme. Oltre 2.000 famiglie furono trasferite con la forza, la popolazione del cuore storico fu dimezzata, e una rete plurisecolare di relazioni, dialetti e mestieri venne smantellata in cinque anni. Il Comune pagò i trasferimenti — ma a un prezzo: le famiglie sradicate furono disperse nelle nuove case popolari della periferia.

La nuova periferia

La maggior parte degli sradicati finì nei quartieri popolari di Ponziana, San Giacomo e Valmaura, in alloggi di nuova costruzione gestiti dall'ICAM (Istituto Comunale Abitazioni Minime, fondato a Trieste nel 1902, oggi confluito in ATER) — blocchi razionalisti lontani dal lavoro, lontani dai caffè, lontani dalla geografia sociale in cui queste famiglie avevano funzionato per generazioni.

Cosa rimase e cosa si perse

Le opere realizzate

Del piano originario furono realizzati solo frammenti:

  • Largo Riborgo (ex Piazza Malta), con gli edifici circostanti in stile littorio
  • la Casa del Fascio e qualche palazzo pubblico
  • lo scavo e la musealizzazione del Teatro Romano e dell'Arco di Riccardo
  • la nuova facciata su piazza della Borsa firmata Piacentini

I vuoti permanenti

Molti lotti rimasero vuoti per decenni. Dove erano sorte case medievali, la città del dopoguerra depositò parcheggi, edifici di servizio anonimi, asfalto. Solo a partire dagli anni '80 iniziò una lenta campagna di restauro, recuperando facciate, riaprendo androne, segnalando le scoperte archeologiche.

La memoria della pietra

Il dibattito storiografico

Il libro che ha cristallizzato il dibattito contemporaneo è "Memorie di pietra. Il ghetto ebraico, città vecchia e il piccone risanatore: Trieste 1934-1938" di Diana De Rosa, Claudio Ernè e Mauro Tabor (Comunicarte, 2011). Documenta le demolizioni casa per casa, sulla base dell'archivio de Il Popolo di Trieste e dei registri di trasferimento.

Cosa preservano le fotografie

L'archivio visivo di Trieste Storica conserva decine di immagini di via Riborgo, di Casa Montecchi, di piazzetta San Giacomo e della Sinagoga in demolizione. Sono l'unica controparte di memoria che possediamo contro la cronaca ufficiale del "piccone risanatore": una cancellazione lenta, deliberata, ideologicamente motivata che, ottantacinque anni dopo, ancora definisce il profilo del centro storico di Trieste.

Camminando oggi per Largo Riborgo, per via Cavana o davanti al Teatro Romano, ciò che vediamo non è semplicemente quello che c'è: è anche, indelebilmente, quello che non c'è più.

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