Dialetto tergestino: l'antica lingua romanza di Trieste prima del porto franco
Il tergestino era una lingua retoromanza imparentata col friulano, parlata a Trieste per secoli fino all'Ottocento. Travolto dal veneto dopo il porto franco del 1719, sopravvive nei toponimi e nei testi del Mainati.
Quando un triestino oggi dice bora o jota, putel o xe, pensa di parlare triestino. Eppure il dialetto triestino come lo conosciamo oggi è essenzialmente una varietà veneta — importata, mercantile, relativamente recente. Prima ancora, per più di mille anni, Trieste parlò una lingua del tutto diversa: il dialetto tergestino, un idioma retoromanzo imparentato col friulano e col muglisano, la voce autoctona della città antica sotto il Castello di San Giusto. Sommerso dall'esplosione demografica seguita al porto franco del 1719, il tergestino è oggi una lingua estinta — ma la sua impronta sopravvive nel 60% dei toponimi triestini e in una manciata di testi che ci permettono di ascoltarlo ancora.
Una lingua retoromanza al margine dell'Adriatico
Da dove arriva il tergestino
Il tergestino deriva dal latino volgare di Tergeste — il nome romano della città, di probabile origine venetico-illirica (radice terg-, 'mercato'). La colonia romana, fondata nel I secolo a.C., trasmise il proprio latino non in direzione veneta, ma all'interno del continuum romanzo di Friuli, Dolomiti ladine e romancio svizzero. Dall'alto Medioevo, Trieste, Muggia e l'altipiano carnico condivisero un comune sostrato retoromanzo.
La famiglia retoromanza
I linguisti classificano il tergestino come ramo sud-orientale del gruppo retoromanzo, insieme al (anch'esso estinto) muglisano di Muggia. Il suo parente vivente più prossimo è il friulano occidentale. Tratti fonologici e morfologici distintivi includevano:
- Vocalismo friulano: dittonghi come biel (bello), gruessa (grossa)
- Palatalizzazione delle velari: i suoni cj e gj davanti a vocale (come nel friulano moderno)
- Plurale femminile in -s: lis tredis ciasadis (le tredici casate)
- Conservazione della -s latina nelle desinenze nominali — del tutto assente nel veneto
Già nel 1654, il vescovo di Cittanova Giacomo Filippo Tommasini riassunse la percezione contemporanea con una formula memorabile: la lingua dei triestini era "forlana corotta" — friulano corrotto.
Una storia millenaria
Dal latino medievale alla città asburgica
Le prime attestazioni scritte del tergestino compaiono intorno al 1300, sotto forma di brevi frasi, antroponimi e toponimi inseriti in documenti amministrativi latini conservati negli archivi triestini. Questi atti citano il vescovo di Trieste, il podestà, il Capitolo tergestino (il capitolo della cattedrale) — e ci lasciano intravedere una città in cui la parlata romanza del popolo era nettamente distinta dal latino di cancelleria.
La sopravvivenza settecentesca
Per secoli il tergestino fu la lingua dell'intera città. Nel 1761, in una relazione preparata per l'imperatrice Maria Teresa, il console britannico Hamilton osservava che a Trieste vivevano "abitanti di tre differenti linguaggi: Italiano, Triestino e Slavo" — confermando che il triestino locale (cioè il tergestino) era ancora a metà Settecento la lingua di lavoro dei ceti popolari.
1719: lo spartiacque del porto franco
Carlo VI cambia la città
La cesura decisiva è il 1719, anno in cui l'imperatore Carlo VI istituì il porto franco di Trieste. Il privilegio trasformò un sonnolento avamposto asburgico di circa 5.700 abitanti in un centro cosmopolita del libero scambio. Nei decenni successivi, immigrati da tutto l'Impero e dal Mediterraneo — tedeschi, sloveni, greci, armeni, ebrei, veneziani, friulani, dalmati — confluirono nel nuovo Borgo Teresiano, il quartiere mercantile pianificato a nord della città medievale.
Esplosione demografica e sostituzione linguistica
La popolazione di Trieste crebbe vertiginosamente:
- 1719: circa 5.700 abitanti
- 1815: circa 33.000
- 1880: 144.844
- 1910: 229.510
La lingua franca del commercio adriatico era il dialetto veneto, già diffuso in Istria, Dalmazia e nel Mediterraneo orientale. In due generazioni la nuova borghesia mercantile parlava veneto — e l'antico tergestino urbano si ritirò nei quartieri popolari, nei villaggi contadini intorno alla città, nelle famiglie antiche del centro storico.
Una città diglossica
I linguisti descrivono il fenomeno con una formula efficace:
"Si potrebbe parlare di una fase caratterizzata all'inizio da resistenza della parlata originaria (fino a fine '700) e poi da un rapido cedimento (primi decenni dell'800)."
Verso il 1750 la borghesia parlava veneto-triestino. Verso il 1810 anche gli artigiani della Città Vecchia avevano abbandonato il tergestino. Verso il 1850, solo una manciata di parlanti anziani — in gran parte nelle tredici antiche casate — lo mantenevano come idioma familiare segreto.
Lis tredis ciasadis — gli ultimi custodi della lingua
Nei primi decenni dell'Ottocento il tergestino sopravviveva quasi esclusivamente nelle "lis tredis ciasadis" — le tredici casate, le antiche famiglie patrizie triestine. L'espressione stessa — tredici (tredis), casate (ciasadis) — è in perfetta fonetica friulano-retoromanza, non veneta. Queste famiglie trasmettevano la lingua ai figli come patrimonio identitario geloso, mentre la città intorno parlava ormai un veneto sempre più triestinizzato.
I testi sopravvissuti
Trattandosi di una parlata prevalentemente orale, il corpus che ci è giunto è frammentario ma prezioso:
- ~1689 — frammento di un poemetto satirico anonimo
- 1796 — Sonet del ver Triestin, firmato 'G.M.B.', composto per la consacrazione di un vescovo
- 1796 — Il Racont, versi anonimi sullo stesso evento
- 1828 — Dialoghi piacevoli in dialetto vernacolo triestino di Giuseppe Mainati, sagrestano e vicario corale della Cattedrale di San Giusto, pubblicati a Trieste da G. Marenigh — la fonte più estesa che possediamo
- 1835-1841 — Paràbula del fi prodigh (Parabola del figliol prodigo), ancora Mainati
La voce di Mainati
Un estratto dalla Parabola del figliol prodigo nella trascrizione del Mainati:
"Un òmis l'hau bù dò fiòi. El fi plùi zòuem um di el ghàu dit a sòu pare: missiòr pare uòi che me dèi la mèja part de l'eredità che me uèm…"
'Un uomo ebbe due figli. Il più giovane un giorno disse al padre: signor padre, voglio che mi diate la parte di eredità che mi spetta…'
Il lettore può quasi udire i plurali friulani in -s, le vocali aperte, il ritmo di una lingua retoromanza al momento della sua sparizione.
Gli studiosi che hanno salvato il tergestino
Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907)
Padre della glottologia italiana, Graziadio Isaia Ascoli coniò il termine tergestino nei suoi Saggi Ladini del 1873, identificandolo come una delle due varietà retoromanze sud-orientali — insieme al muglisano. Ascoli si basò in larga parte sui Dialoghi del Mainati come fonte primaria. La sua tesi incontrò forte scetticismo nei circoli locali triestini, ma egli difese strenuamente l'autenticità dei testi del Mainati contro chi li riteneva falsi settecenteschi.
Jacopo Cavalli (1893)
Nel 1889 e 1890 lo studioso triestino Jacopo Cavalli compì due viaggi a Muggia, raccogliendo dalla viva voce degli ultimi anziani che ancora ricordavano il muglisano: proverbi, racconti, lessico. Le sue Reliquie ladine raccolte in Muggia d'Istria, con appendice sul dialetto tergestino furono pubblicate a Trieste da G. Caprin nel 1893 — sia nell'Archivio Glottologico Italiano (vol. XII) sia nell'Archeografo Triestino. L'appendice sul tergestino resta un documento fondamentale.
Pietro Kandler, Pier Gabriele Goidanich, Mario Doria
- Pietro Kandler, inizialmente scettico, accettò infine l'esistenza di due idiomi sovrapposti nella Trieste medievale: un tergestino plebeo e un registro veneto-influenzato delle élite mercantili
- Pier Gabriele Goidanich (1903) sistematizzò la bipartizione storica in due fasi
- Mario Doria, tra anni '60 e '90, curò l'edizione critica dei Dialoghi del Mainati (Italo Svevo editore, Trieste 1972) e dimostrò che circa il 60% dei toponimi triestini è di origine tergestina — un patrimonio linguistico nascosto tuttora visibile su ogni mappa della città
Un lessico della sparizione
Grazie a queste raccolte erudite, conosciamo un piccolo ma evocativo corpus di parole ed espressioni tergestine:
| Tergestino | Italiano |
|---|---|
| Ze fastu? | Cosa fai? |
| Ze astu fat? | Cosa hai fatto? |
| La fèmina | La donna |
| El ciaf | La testa |
| La ciaudiera | La caldaia |
| Braida | Vigneto / brolo |
| Lait a ciasa, che l'mamul plora | Andate a casa, che il bimbo piange |
E una filastrocca popolare sopravvissuta fino al Novecento:
La tecia clocene / Ciapa caciul e mlecene
'La pentola bolle / Prendi il mestolo e mescola'
La mappa nascosta: la toponomastica tergestina
Quando camminiamo per le strade di Trieste, camminiamo continuamente sul tergestino. Secondo Mario Doria, circa il 60% dei toponimi triestini ha origine retoromanza — friulano-tergestina nella fonetica e nella morfologia:
- Barcola, Roiano, Servola
- Chiarbola, Chiadino, Pondares, Baudariu, Cologna, Gretta, Sant'Anna
- Braida, Banne, Conconello, Padriciano, Trebiciano
La maggior parte dei triestini contemporanei usa questi nomi ogni giorno senza sapere che vengono da una lingua scomparsa dalle strade due secoli fa.
La resurrezione poetica: Ivan Crico (2008)
Il capitolo più sorprendente dell'aldilà del tergestino è il suo risveglio letterario nel nostro tempo. Nel settembre 2008 il pittore e poeta Ivan Crico (Gorizia 1968) ha pubblicato presso l'Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione la raccolta De arzènt zù ('D'argento scomparso'), composta in un tergestino ricostruito sulla base dei Dialoghi del Mainati. Nel 2009 l'opera ha ricevuto il prestigioso Premio Biagio Marin per la poesia dialettale — la più alta onorificenza italiana per la poesia in lingue minoritarie.
Una lingua che possiamo ancora sentire
Il tergestino è estinto come lingua parlata. Nessuno a Trieste oggi usa biel, fèmina, ciaudiera nella conversazione quotidiana. Eppure sarebbe sbagliato chiamarlo morto. Ogni volta che diciamo Chiarbola o Roiano, ogni volta che nel triestino di oggi notiamo un -s inatteso in ze fastu, ogni volta che apriamo i Dialoghi del Mainati e vediamo gli acuti sulle vocali, stiamo toccando la memoria di una lingua che per più di un millennio è stata Trieste.
Sotto la superficie veneta del triestino moderno, il tergestino mormora ancora nelle fondamenta — nei toponimi, nelle memorie familiari delle tredis ciasadis, nelle poesie di Ivan Crico. È la prima, voce dimenticata della città sotto San Giusto.