Eventi e periodi storici

I Napoleonidi in esilio a Trieste: le corti segrete dei Bonaparte nella città di Metternich

Dopo la caduta di Napoleone, i suoi fratelli e sorelle scelsero Trieste asburgica come rifugio: Elisa Baciocchi, Carolina Murat e Girolamo Bonaparte vissero qui sotto falso nome e stretta sorveglianza della polizia austriaca.

Napoleonidi, esilio, Trieste. Tre parole che racchiudono una delle pagine più curiose della storia della città asburgica. Dopo l'abdicazione di Napoleone, il 6 aprile 1814, la famiglia imperiale si disperse per l'Europa in cerca di rifugio: e un numero sorprendente di Bonaparte scelse proprio Trieste, il grande porto franco dell'Impero austriaco, a pochi anni di distanza dalla fine dell'occupazione napoleonica della città stessa.

Per circa un decennio, all'ombra del Lloyd nascente e dei traffici di un emporio cosmopolita, Trieste ospitò due piccole corti in esilio. È una storia di fughe rocambolesche, nomi falsi, salotti dorati e malinconie, sorvegliata passo dopo passo dalla polizia austriaca. Una vicenda che la grande storiografia napoleonica ha spesso trascurato, ma che restituisce a Trieste un ruolo inatteso: quello di ultimo rifugio di una dinastia caduta, custode discreta dei suoi segreti e delle sue nostalgie.

Perché proprio Trieste asburgica

La scelta della città può sembrare paradossale. I parenti dell'uomo che aveva piegato l'Europa alla propria volontà cercavano ora protezione presso il suo nemico più tenace, la monarchia degli Asburgo. Eppure Trieste offriva esattamente ciò di cui i Napoleonidi avevano bisogno: una società cosmopolita e multilingue, un clima mite, e soprattutto la discrezione di un porto affollato, dove tante lingue e tanti passati potevano confondersi.

In cambio, i Bonaparte dovettero accettare due condizioni precise:

  • rinunciare a qualsiasi ambizione politica e a ogni tentativo di restaurazione;
  • sottostare alla sorveglianza costante delle autorità imperiali, che non li persero mai di vista.

Era un esilio dorato ma vigilato, a metà tra l'ospitalità e gli arresti domiciliari.

All'ombra di Metternich: nomi falsi e polizia austriaca

Il soggiorno triestino non fu mai veramente libero. Il cancelliere Klemens von Metternich e la polizia asburgica tennero i rifugiati sotto strettissimo controllo, sospettosi di complotti e di fughe via mare da una città marittima tanto strategica. La presenza di un Bonaparte in un porto dell'Impero era, per il Cancelliere, un'inquietudine permanente.

Per ricostruirsi una vita senza il peso di un cognome ingombrante, i Napoleonidi si nascosero dietro titoli di fantasia:

  • Elisa Bonaparte Baciocchi divenne la contessa di Compignano (alcune fonti scrivono Campignano);
  • Girolamo Bonaparte arrivò la prima volta come conte de Harz, per poi usare il titolo di principe di Montfort;
  • Carolina Murat scelse contessa di Lipona, malinconico anagramma di Napoli, il regno che aveva perduto.

Erano travestimenti trasparenti — tutta la città sapeva chi fossero davvero — ma servivano a salvare le forme e a tenere a distanza la curiosità popolare.

La sorveglianza, del resto, era tutt'altro che simbolica. Ogni arrivo, ogni partenza, ogni visita illustre veniva annotata e riferita a Vienna. Quando Girolamo, appena giunto, si recò a teatro la sera stessa, fu accompagnato dal direttore di polizia in persona: un gesto che diceva insieme cortesia e controllo. Per gli Asburgo i Bonaparte non erano prigionieri, ma neppure ospiti liberi; erano un rischio da amministrare con tatto, lasciando loro l'apparenza della vita mondana e togliendo loro ogni reale margine di manovra politica.

Una colonia francese in riva all'Adriatico

I tre fratelli Bonaparte non erano soli. Attorno a loro gravitava una piccola colonia di esuli francesi: ex ministri, ufficiali, funzionari dell'apparato napoleonico che, caduto l'Impero, avevano scelto anch'essi la discrezione del porto adriatico. Trieste divenne così, per qualche anno, una sorta di piccola Francia in miniatura, dove si parlava dei fasti passati e si tessevano corrispondenze sorvegliate con il resto d'Europa.

Tra le figure che orbitarono attorno alla saga triestina dei Napoleonidi si ricorda anche Joseph Fouché, l'abilissimo ex ministro della polizia di Napoleone, che nel 1815 si era adoperato dietro le quinte per ottenere da Metternich un salvacondotto a favore di Gioacchino Murat, nel tentativo — fallito — di permettergli di raggiungere la famiglia proprio a Trieste. È un dettaglio che illumina il paradosso di questi anni: gli stessi uomini che avevano costruito la macchina del potere napoleonico si ritrovavano ora a mendicare passaporti e protezioni dai vincitori.

In questo intreccio di lealtà spezzate e nuove convenienze, la città offriva un palcoscenico ideale: abbastanza grande da garantire l'anonimato, abbastanza piccola da permettere alla polizia di tenere tutti d'occhio.

Elisa Baciocchi: la granduchessa di Villa di Campo Marzio

La prima ad arrivare fu Elisa, l'ex Granduchessa di Toscana, sorella prediletta di Napoleone. Giunse a Trieste nella notte tra il 6 e il 7 agosto 1814 e si stabilì in via definitiva nel 1816, quando lei e il marito Felice Pasquale Baciocchi acquistarono dal generale russo Psarò l'elegante Villa di Campo Marzio, una bianca struttura neoclassica sulla collina di Sant'Andrea, con un doppio loggiato a semicerchio aperto sul mare.

Pur "relegata" sotto il controllo della polizia, Elisa non rinunciò mai allo sfarzo. La sua dimora traboccava di mobili dorati su cui faceva incidere l'iniziale del proprio nome, sculture in oro e alabastro, opere pittoriche. Colta e intelligentissima, amava invitare gli artisti del Teatro Nuovo — l'attuale Teatro Verdi — che frequentava in segreto, agghindata in stravaganti maschere per sfuggire alla sorveglianza.

Il suo salotto divenne un raffinato crocevia di intellettuali: il conte Domenico Rossetti, medici, magistrati e baroni della borghesia triestina, accanto ai concerti della Società di Minerva e — ma la storia è controversa — forse persino al violino di Niccolò Paganini, suo vecchio amico dai tempi della corte lucchese. Il busto del marito Felice Baciocchi, opera dello scultore Bartolini, è oggi conservato al Museo Revoltella.

L'esilio dorato si chiuse presto. Nel 1820, colpita da una grave malattia, Elisa si trasferì nella sua tenuta di Villa Vicentina, nel Friuli, dove morì il 7 agosto a soli 43 anni. Rimase sepolta a Trieste fino al 1826.

Girolamo Bonaparte: fughe, scandali e Villa Necker

Diversa, e ben più movimentata, fu la vicenda di Girolamo (Jérôme), fratello minore di Napoleone ed ex re di Vestfalia. Arrivato a Trieste nell'agosto 1814 insieme alla sorella Elisa, alloggiò inizialmente alla Locanda Grande, in quella Piazza Grande che oggi conosciamo come Piazza dell'Unità d'Italia. La mattina dopo l'arrivo, in uniforme da generale, passeggiò sulle Rive circondato dalla folla: la voce del suo arrivo si era già sparsa per la città.

Ma Girolamo era un esule irrequieto. Il 26 marzo 1815, mentre Napoleone fuggiva dall'Elba per i Cento giorni, ingannò la sorveglianza della polizia, si imbarcò su una barca di pescatori e fuggì da Trieste per raggiungere il fratello, finendo per combattere a Waterloo.

Tornato in esilio, Girolamo risiedette a Villa Necker, ed è qui che si consuma il capitolo più sorprendente. Il 9 settembre 1822, nella villa, nacque il figlio Giuseppe Napoleone Carlo Bonaparte, soprannominato "Plon Plon" per la difficoltà infantile a pronunciare il proprio nome. Una targa commemorativa, murata sull'edificio nel 1927, ricorda ancora oggi l'evento. Quel bambino nato a Trieste sarebbe diventato un protagonista del Risorgimento italiano: sposò Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, suggellando la storica alleanza franco-piemontese del 1859.

La pazienza di Metternich, però, si esaurì. Non tollerando oltre la presenza di un Bonaparte nel porto imperiale, il 26 marzo 1823 il Cancelliere costrinse Girolamo ad abbandonare Trieste: l'ex re proseguì l'esilio a Roma, dove lo attendevano la madre Letizia e altri membri della famiglia.

Carolina Murat, la contessa di Lipona

L'ultima delle grandi ospiti napoleoniche fu Carolina, sorella di Napoleone ed ex regina di Napoli, vedova del generale Gioacchino Murat, fucilato dai Borbone a Pizzo Calabro nell'ottobre 1815 dopo un disperato tentativo di sbarco. Carolina era giunta a Trieste da Venezia già il 6 giugno 1815, ma venne presto internata nei pressi di Vienna; soltanto dopo la morte di Napoleone ottenne il permesso di stabilirsi in città, dal 1823.

Si insediò nella stessa dimora che era stata della sorella Elisa, ribattezzandola Villa Murat in onore del marito perduto. Ma la sua non fu una corte brillante come quella di Elisa: Carolina visse in solitudine, dedicandosi quasi esclusivamente alla lettura e alla pittura, fino al 1830, quando si trasferì a Firenze. Lì, consumata da un tumore, si spense nel 1839 a 57 anni.

Cosa resta oggi dei Napoleonidi a Trieste

Della stagione napoleonica di Trieste sopravvive oggi poco, e quel poco è prezioso. La splendida Villa Murat, dopo aver ospitato persino un piccolo teatro nel giardino, finì la sua storia in modo inglorioso: nel 1899 fu abbattuta per lasciare spazio all'espansione industriale della Prima Pilatura di Riso. Oggi non rimane che il terrazzamento di Passeggio Sant'Andrea, da cui si spazia ancora sul golfo.

A custodire la memoria più tangibile è invece la Villa Necker, dove la targa dedicata al principe "Plon Plon" testimonia in modo discreto ma duraturo gli anni in cui la Trieste asburgica fu il teatro segreto e malinconico dell'epilogo della dinastia napoleonica. Una città che, dopo aver conosciuto Napoleone come occupante, ne accolse i fratelli come esuli sorvegliati: paradosso perfetto di una frontiera dove la grande storia europea si è sempre intrecciata con le vite private.

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