Le fontane storiche di Trieste: l'acquedotto di Maria Teresa e i capolavori del Mazzoleni
Dall'acquedotto teresiano alle tre fontane di Giovanni Battista Mazzoleni: i Quattro Continenti, il Nettuno e il Giovanin del Ponterosso. Storia, allegorie e aneddoti delle fontane settecentesche che dissetarono la Trieste emporiale.
Chi attraversa oggi Piazza Unità d'Italia e si ferma davanti alla Fontana dei Quattro Continenti vede solo l'ultimo atto di una storia molto più lunga. Le fontane storiche di Trieste non nacquero come ornamento: furono la linfa vitale di una città che a metà Settecento cresceva a ritmi vertiginosi e non aveva, letteralmente, acqua da bere. Dietro la pietra bianca delle tre fontane di Giovanni Battista Mazzoleni si nasconde la storia di un acquedotto voluto da un'imperatrice, di dazi sul pesce, di continenti scolpiti — e di un piccolo putto che le donne del mercato vestirono a lutto.
Una città assetata: Trieste prima dell'acquedotto
Trieste aveva conosciuto il comfort dell'acqua corrente in epoca romana, quando tre acquedotti — il più importante proveniente dalla val Rosandra — servivano l'antica Tergeste. Quel sistema morì nel VI secolo: la tradizione ne attribuisce la distruzione alle invasioni longobarde (Fonte: La mia Trieste). Per oltre mille anni la città sopravvisse con pozzi e cisterne d'acqua piovana, una rete fragile che bastava solo perché la popolazione restava esigua.
Tutto cambiò all'inizio del Settecento. Nel 1719 Carlo VI concesse a Trieste lo status di porto franco, e la piccola città murata cominciò a trasformarsi nell'emporio della monarchia asburgica. Con la popolazione in crescita, il rifornimento idrico divenne drammaticamente insufficiente. L'imperatore ordinò la costruzione di un nuovo acquedotto nel 1732, ma l'ordine rimase sulla carta: servì l'energia di sua figlia per trasformarlo in pietra e acqua.
L'acquedotto teresiano, madre delle fontane storiche di Trieste
Nel 1749 Maria Teresa d'Austria decretò l'avvio dei lavori, affidandoli all'ingegnere De Bonomo, patrizio triestino, che riutilizzò in parte il tracciato del vecchio acquedotto romano di San Giovanni (Fonte: Ex Lavatoio, L'acquedotto di Maria Teresa). Il finanziamento fu di un pragmatismo ingegnoso, attingendo a tre dazi:
- il dazio sul pesce
- il dazio del nocchiero, riscosso sulle merci caricate e scaricate dalle navi
- il dazio sull'olio
Nella valle di San Giovanni, in zona Guardiella a circa 97 metri sul livello del mare, vennero scavate nell'arenaria gallerie per complessivi 235 metri, per captare le sorgenti. L'acqua veniva filtrata attraverso vasche di ghiaia nel cosiddetto Capofonte, una costruzione in pietra ancora oggi visibile in via delle Cave (Fonte: La mia Trieste). Da lì scendeva verso la Rotonda del Boschetto, lungo via Pindemonte e il futuro Viale XX Settembre — allora chiamato contrada dell'Acquedotto — fino al centro cittadino.
L'acquedotto fu completato nel 1751, in appena due-tre anni di lavori. Una lapide barocca sul Capofonte celebra in latino l'acqua "un tempo fatta scorrere dai romani, ora restituita alla città" sotto gli auspici di Maria Teresa e Francesco. I suoi terminali dovevano essere tre fontane pubbliche, nelle tre piazze principali della città che cresceva.
Giovanni Battista Mazzoleni, lo scultore delle fontane
Le tre fontane furono commissionate a Giovanni Battista Mazzoleni, scultore nato a Zogno, presso Bergamo, il 22 ottobre 1699 (Fonte: Wikipedia). Mazzoleni visse a Trieste per circa diciotto anni, dal 1750 al 1768, e per l'esecuzione scelse tre abili scalpellini di fino: Giovanni Venturini, Giuseppe Grassi e Giambattista Pozzo (Fonte: Trieste Segreta). Se l'acquedotto era stato pagato dallo Stato, le fontane spettavano in linea di principio al Comune; la città, oberata di spese, riuscì a far rientrare due delle tre nel bilancio dell'acquedotto, pagando direttamente solo la più ambiziosa.
La Fontana dei Quattro Continenti: il mondo in Piazza Grande
Creata tra il 1751 e il 1754 nell'allora Piazza Grande, la Fontana dei Quattro Continenti fu concepita come un manifesto. Doveva presentare Trieste al mondo come città baciata dalla Fortuna grazie al porto franco e alla politica di Carlo VI e Maria Teresa (Fonte: Wiki aTrieste.eu). Le quattro statue allegoriche agli angoli rappresentano i continenti allora conosciuti — l'Oceania non era ancora stata scoperta:
- l'Europa con il cavallo
- l'Asia con il cammello
- l'Africa con il leone
- l'America con un coccodrillo (o un'iguana, secondo alcune letture)
Accanto ai continenti, quattro allegorie dei grandi fiumi del mondo — il Nilo, il Gange, il Danubio e il Rio de la Plata — versano acqua dagli orci nelle conchiglie sottostanti, mentre più in basso zampillano quattro delfini. In cima alla composizione la Fama alata sovrasta la giovane figura di Trieste, adagiata sulle rocce del Carso tra balle di cotone, botti e cordami, a colloquio con un mercante in abiti orientali: una sintesi perfetta della vocazione mercantile cittadina, scolpita nella pietra a beneficio di chiunque sbarcasse in porto.
La fontana collezionò presto aneddoti. Il 30 luglio 1769, per l'inaugurazione del Lazzaretto nuovo di Santa Teresa, dalle sue bocche sgorgò vino bianco e rosso al posto dell'acqua (Fonte: Wiki aTrieste.eu). Tra le sue pietre crebbe un fico, tanto amato che alla sua rimozione, nel 1891, i poeti locali dedicarono terzine indignate al "perduto amico".
Il capitolo più buio arrivò nel 1938: tra il 28 agosto e il 2 settembre la fontana venne completamente smontata per far posto al palco da cui Benito Mussolini, in visita a Trieste, proclamò le leggi razziali. I pezzi finirono nell'Orto Lapidario dei Civici Musei. Solo nel 1970, per interessamento del pittore Cesare Sofianopulo, la fontana tornò in piazza — decentrata — e riprese a zampillare il 4 giugno. Con il ridisegno di Piazza Unità nel 2000 è tornata infine nella posizione originaria, allineata con il Municipio. I vandalismi non l'hanno risparmiata: la statua dell'Africa fu decapitata nel 2008, la Fama danneggiata nel 2015.
Il Nettuno di Piazza della Borsa, un monumento viaggiatore
La seconda fontana raffigura il Nettuno, dio del mare, eretto su una conchiglia con il tridente, affiancato da tre cavalli dalle cui bocche sgorgava l'acqua. La data tradizionale è il 1752, anche se il contratto di costruzione steso dall'ingegnere Giovanni Corrado de Gerhard risale al marzo 1755 — le fonti divergono, segno di una commessa che si trascinò nel tempo (Fonte: Trieste Segreta). Fu collocata nell'allora Piazza della Dogana, oggi Piazza della Borsa, uno spiazzo che si apriva ancora sul mare attraverso il Canal Piccolo.
Il Nettuno è il grande monumento viaggiatore di Trieste. Ancora usato nel 1887 dalle donne del borgo per lavare i panni, fu rimosso con "pretesti inconsistenti" il 9 giugno 1920 e chiuso nei depositi comunali. Trentun anni dopo lo scultore Nino Spagnoli lo restaurò — ricostruendone diverse parti — e nel 1951 fu collocato in Piazza Venezia, con un'epigrafe di Baccio Ziliotto a riassumerne le peregrinazioni. Solo la riqualificazione progettata dopo il concorso del 1999, vinto da Bernard Huet con Gaetano Ceschia e Federico Mentil, lo riportò a casa: dal 2010 il dio del mare veglia di nuovo su Piazza della Borsa.
Il Giovanin del Ponterosso e le sue venderigole
La terza fontana, del 1753, sorse nel cuore del nascente Borgo Teresiano, in Piazza Ponterosso, allora piazza del mercato cittadino — tanto che nel 1764 la piazza fu inizialmente denominata Piazza delle due Fontane, da un progetto di fontana gemella mai realizzato (Fonte: Trieste Segreta). L'acqua sgorga da tre grandi maschere, scende su conchiglie sostenute da telamoni e raggiunge infine la grande vasca.
La statua del putto che la corona non è del Mazzoleni: fu scolpita nel 1761 da Giovanni Carlo Wagner. Le venditrici di frutta e fiori del mercato — le venderigole — la ribattezzarono affettuosamente Giovanin, perché l'acqua arrivava dalla fonte di San Giovanni. Il giorno di San Giovanni ricoprivano la fontana di fiori, e quando nel 1900 fu assassinato re Umberto I vestirono il putto con drappi neri da lutto (Fonte: Wiki aTrieste.eu): pochi monumenti triestini sono stati amati in modo così domestico.
L'eredità delle fontane storiche di Trieste
L'acquedotto teresiano, pensato per una cittadina, si rivelò presto insufficiente per una città in pieno boom. Nel 1855 venne fondata la società per l'acquedotto di Aurisina, le cui acque raggiunsero Trieste tra il 1858 e il 1859 lungo la linea ferroviaria. Inquinato e declassato dopo la Prima guerra mondiale, il vecchio acquedotto fu infine abbandonato dopo due secoli di servizio (Fonte: Ex Lavatoio).
Vale la pena ricordare che per tutto il Settecento e buona parte dell'Ottocento le fontane non furono semplici monumenti, ma il rubinetto pubblico dell'intera città: solo pochi palazzi privilegiati, come il Carciotti, lo Stratti, il Sartorio, la Luogotenenza o la Locanda Grande, ebbero mai condutture private. Tutti gli altri — facchini, venderigole, marinai, borghesi — riempivano secchi e brocche alle vasche del Mazzoleni, e nella vasca del Nettuno erano persino fissate barre di metallo su cui appoggiare i recipienti.
Le fontane, però, rimasero anche quando l'acqua smise di scorrere. Oggi sopravvivono come le testimonianze più autentiche del secolo d'oro di Trieste: l'ingegno di un'imperatrice, lo scalpello di uno scultore bergamasco e l'affetto di una città che ancora oggi chiama un putto di marmo per nome.