I bagni galleggianti di Trieste: storia balneare dell'Ottocento asburgico
Dal Soglio di Nettuno (1823) al Bagno Maria, dalla talassoterapia del dottor Guastalla al fortunale del 1911: la storia degli stabilimenti balneari galleggianti che resero il mare di Trieste un salotto sull'acqua.
A Trieste, per oltre un secolo, "andare al mare" volle dire una cosa precisa: salire su una piattaforma di legno ancorata al largo, raggiungerla con un vaporetto o una passerella e immergersi al riparo da pesanti teli. I bagni galleggianti furono per tutto l'Ottocento il modo elegante — e a lungo l'unico tollerato — di godersi l'Adriatico restando in città. La loro vicenda comincia con un divieto, attraversa l'età d'oro asburgica e si chiude, in una sola notte, con un fortunale. Scopriamo come questi curiosi "alberghi sull'acqua" hanno plasmato il rapporto fra i triestini e il loro golfo.
Prima ancora che nascessero gli stabilimenti, l'abitudine della tociada in mare era già radicata. Nelle estati afose marinai e ragazzini della Città Vecchia si tuffavano nel Canal Grande, sfidando il viavai dei velieri. Le autorità asburgiche, però, non gradivano: un avviso del 1809 vietava di nuotare nudi tra un lazzaretto e l'altro, minacciando arresti e, per i più giovani, le "vergate". Fare il bagno restava un piacere sospetto, da nascondere o da regolamentare.
La Trieste che voleva il mare
Nella seconda metà dell'Ottocento qualcosa cambia. L'ascesa della borghesia europea porta con sé un'idea nuova, quella del tempo libero: ore sottratte al lavoro e dedicate allo svago. Per una città-porto cosmopolita come Trieste, prospera capitale commerciale dell'Impero austro-ungarico, il mare smette di essere soltanto una via di traffici e diventa anche luogo di cura e di piacere.
Restava un problema pratico: le rive cittadine erano affollate di moli, magazzini e piroscafi, e l'acqua vicino ai pontili non invitava certo al bagno. La soluzione, ingegnosa e tutta triestina, fu spostare lo stabilimento al largo, su una struttura galleggiante ormeggiata a poche decine di metri dalla riva. Non a caso, secondo la tradizione locale, è proprio da queste strutture che nasce il modo di dire "andar al bagno".
La scienza dell'acqua salata: talassoterapia e il dottor Guastalla
La moda della balneazione non fu solo questione di costume: ebbe radici mediche. In Europa la talassoterapia era stata lanciata dal medico inglese Richard Russell, che già a metà Settecento raccomandava l'acqua di mare non solo per i bagni ma persino come bevanda curativa.
A Trieste la causa trovò un alfiere convinto nel medico Augusto Guastalla (1810–1876), considerato un precursore del naturismo e dell'igienismo cittadino. Nel 1842 pubblicò a Milano il trattato Studii medici sull'acqua di mare, in cui sosteneva i benefici delle immersioni — rigorosamente in acqua fredda e naturale, mai calda — e del nuoto contro reumatismi, scrofola e altri malanni. Per Guastalla il mare era una vera e propria farmacia all'aperto, e i bagni galleggianti ne diventarono le sale di cura.
Il Soglio di Nettuno (1823): il primo bagno galleggiante d'Italia
Il divieto di bagnarsi liberamente fu aggirato con eleganza. Il 24 maggio 1823 apriva di fronte alla "Sanità", ancorato davanti a piazza Giuseppina (l'attuale piazza Venezia), il Soglio di Nettuno: il primo stabilimento balneare galleggiante della città e, a quanto pare, d'Italia. L'invenzione si doveva al ricco commerciante Domenico D'Angeli, padre del futuro podestà Massimiliano, che il 23 aprile 1823 aveva presentato "il disegno, piani e modello per la nuova sua invenzione di Bagni di mare mediante un Edifizio galleggiante", ottenendone un brevetto quinquennale.
Si trattava di un maestoso edificio in legno poggiato su una zattera sorretta da botti e cassoni, raggiungibile in barca o lungo una passerella percorsa da distinti signori e dame in abito lungo. A bordo si trovava ogni comfort dell'epoca:
- stanzini riservati per cambiarsi e fare bagni di acqua calda e dolce;
- una caffetteria con bibite, birra e giornali;
- vasche-acquario con la flora e la fauna del golfo;
- persino una sala riservata ai fumatori.
La fama della struttura fu tale che il 13 giugno 1832 ricevette la visita dell'imperatore Francesco I in persona. Il modello del galleggiante, comodo e mondano, era ormai destinato a moltiplicarsi.
L'età d'oro: dal Boscaglia-Buchler al Bagno Maria
Sull'onda del successo, lungo le rive triestine fiorì una piccola flotta di stabilimenti. Verso il 1830, davanti a Piazza Grande (oggi piazza Unità d'Italia), fu inaugurato il Bagno Galleggiante Boscaglia, una struttura in legno smontabile a fine stagione e raggiungibile con un apposito vaporetto. Dal 1868 passò alla gestione di Maria, vedova di Adolfo Buchler, che gli diede il nome con cui sarebbe rimasto celebre — il Bagno Buchler — chiamato anche Galleggiante Nazionale. Più tardi il proprietario Carlo Kozmann lo rinnovò impiegando, si racconta, il legname recuperato dal relitto della fregata francese Danae, affondata a Trieste nel 1812. Fu il più longevo del golfo, attivo per oltre ottant'anni.
Il vertice del lusso e dell'ingegneria locale arrivò però con lo Stabilimento Balneare Maria, il celebre Bagno Maria, varato il 15 maggio 1858 dal neonato Stabilimento Tecnico Triestino al cantiere di San Rocco. Era il primo bagno galleggiante sostenuto da una struttura in ferro: una piattaforma di circa 50 per 26 metri (158 × 82 piedi) poggiata su tubi metallici stagni, progettata dall'ingegnere Lorenzo Furian e finanziata dagli imprenditori Pietro Chiozza e Francesco Carlo Ferrari. Più che un bagno, un vero hotel galleggiante: caffè elegante, maestri di ginnastica e di nuoto, cene con orchestrine e fuochi d'artificio. Rimorchiato d'estate verso il molo Audace, serviva soprattutto la clientela raffinata del vicino Hotel de la Ville.
Il fenomeno non si fermò qui. Nel 1890, alla radice del molo Teresiano, aprì il Bagno Fontana, elegante stabilimento a pagamento voluto da Carlo Ottavio Fontana e collegato dal 1896 al centro da una tranvia a cavalli. Pochi anni dopo, il 12 giugno 1899, l'imprenditore marittimo Giacomo Sauro (1852–1922), padre dell'eroe Nazario, fece varare a Capodistria il galleggiante San Giusto, ormeggiato in varie posizioni del golfo e raggiunto dai bagnanti con agili vaporetti. Trieste era ormai una città che si specchiava nei suoi bagni.
La società al bagno: classi, pudore e separazione dei sessi
Salire a bordo di un galleggiante non era solo una questione di igiene: era un gesto sociale. La balneazione asburgica era plasmata dal pudore dell'età vittoriana. L'abbigliamento femminile per "tociarsi" era integralmente coprente — completi con pantaloni corti in alpacca, cinture, cappelli, talvolta perfino guanti — e l'etichetta imponeva una rigida separazione di genere.
Nei primi bagni si ricorreva a orari distinti per uomini e donne; strutture moderne come il Bagno Maria adottarono invece vasche separate, che permettevano l'inedita presenza in acqua di entrambi i sessi, ben divisi e protetti dagli sguardi del porto da pesanti teli calati lungo i bordi. Scegliere il Buchler o l'elegante Maria era sinonimo di ricchezza e status, e quei galleggianti diventarono salotti per le élite locali e per i turisti nordeuropei.
La popolazione meno abbiente, intanto, restava a riva. Chi non poteva pagare l'ingresso si stendeva sui grandi scogli esterni ai moli — chiamati in dialetto "le cape" — godendosi il mare gratis, ma esposto a multe e alle proteste dei benpensanti a passeggio. Verso fine secolo nacquero anche bagni popolari gratuiti, segno di una città che cominciava a interrogarsi sul diritto di tutti al mare.
La fine di un'epoca: il fortunale del 1911 e l'eredità dell'Ausonia
Le zattere, per quanto eleganti, restavano in balìa del mare. L'età d'oro dei galleggianti si chiuse in modo traumatico nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1911 — alcune fonti indicano quella tra il 14 e il 15 — quando un fortunale di inaudita violenza si abbatté sulle rive di Trieste. Le cronache del tempo raccontano di onde alte sei o sette metri che spazzarono moli e imbarcazioni: lo storico Bagno Buchler fu il primo a cedere, sfasciandosi e disseminando il mare di travi e botti. Quasi tutte le altre strutture in legno furono distrutte, e il già logoro Bagno Maria concluse in quegli anni il suo lungo ciclo vitale.
Trieste non ricostruì i suoi galleggianti. Gli imponenti lavori di interramento portuale di inizio Novecento e il mutare dei gusti spostarono le preferenze verso le spiagge fisse e i moderni stabilimenti di riva. L'eredità di quella cultura natatoria confluì, negli anni Trenta, nello Stabilimento Balneare Ausonia, costruito in cemento con tecniche d'avanguardia presso l'ex bagno militare: un addio al legno e alle zattere, ma anche la prova che il legame fra Trieste e il bagno di mare, nato un secolo prima con il Soglio di Nettuno, era ormai indissolubile.
Oggi dei bagni galleggianti non resta quasi nulla, se non qualche fotografia ingiallita e il ricordo di una stagione in cui i triestini, per fare il bagno, salivano letteralmente su un palcoscenico sull'acqua. Eppure, ogni volta che diciamo "andiamo al bagno", ne portiamo ancora con noi un'eco lontana.
(Fonti: Trieste Segreta; Trieste di ieri e di oggi; TRIESTE.news; Bora.La; Archivio Trieste Storica.)