Riva di Barcola a Trieste
Economia e commercio

Le comunità mercantili straniere di Trieste: greci, serbi, ebrei e armeni

Dalla dichiarazione del Porto Franco nel 1719, greci, serbi, ebrei e armeni trasformarono Trieste in una città cosmopolita. Chiese, palazzi e famiglie leggendarie: la storia delle comunità che plasmarono l'identità della città.

Le comunità mercantili straniere Trieste le deve gran parte della sua identità cosmopolita. Poche città nel Mediterraneo possono vantare una trasformazione radicale quanto quella che ridisegnò questa modesta cittadina adriatica a partire dai primi anni del Settecento. Quando l'imperatore Carlo VI d'Asburgo firmò le patenti del 15 e 18 marzo 1719, dichiarando Trieste porto franco, innescò un processo che avrebbe attratto mercanti greci, serbi, ebrei e armeni da tutto il Mediterraneo — comunità che divennero il motore vivente di una metamorfosi senza precedenti.

Il Porto Franco e la visione cosmopolita asburgica

Le Patenti di Carlo VI (1719) e la libertà di commercio

L'idea di instaurare un porto franco a Trieste prese forma nel 1717, quando Carlo VI dichiarò la libertà di commercio in Adriatico. Il trattato di Passarowitz con l'Impero Ottomano, firmato lo stesso anno, incoraggiò la libera circolazione delle mercanzie sul territorio asburgico. Le due patenti imperiali del marzo 1719 stabilirono che i mercanti insediatisi «sui confini del mare in Ungheria e Croazia, sulle coste e nei porti dell'Austria interna» avrebbero potuto «liberamente e senza alcun impedimento esercitare la navigazione, equipaggiare vascelli mercantili e esercitare il loro commercio». Ai mercanti veniva offerta la bandiera imperiale, alloggi e strade allargate per garantire la sicurezza dei commerci.

Tolleranza religiosa: da Maria Teresa a Giuseppe II

Un fattore cruciale fu l'atteggiamento volutamente tollerante degli Asburgo. Il 20 febbraio 1751, l'imperatrice Maria Teresa d'Austria concesse alla congregazione ortodossa la libertà di culto e il permesso di costruire una chiesa. Nel 1771 abolì il ghetto ebraico. Suo figlio Giuseppe II estese questi principi con gli editti di tolleranza del 1781, consentendo a luterani e riformati di avere propri luoghi di culto. Questo mosaico di fedi — ortodossa, cattolica, ebraica, protestante — divenne il tratto distintivo del paesaggio urbano triestino.

I pionieri del Levante: la comunità greca

Da Liberale Baseo (1714) alla comunità ortodossa

Il primo mercante greco, Liberale Baseo, giunse da Nauplia nel 1714, cinque anni prima della dichiarazione del porto franco. Nicolò Mainati da Zante lo seguì nel 1734 e fondò intorno al 1750 una comunità ortodossa che comprendeva sia fedeli greci sia illirici (serbi). Nel 1751, l'archimandrita Omero Damasceno ottenne il permesso di erigere una chiesa dedicata a San Spiridione sul Canal Grande, completata nel 1753.

La chiesa di San Nicolò dei Greci e la facciata di Pertsch

Il 2 agosto 1782 venne fondata ufficialmente la comunità esclusivamente greco-ortodossa. La costruzione della propria chiesa sul lungomare iniziò nel 1784, e la prima liturgia fu celebrata il 18 febbraio 1787, officiata dal vescovo di Modone Anthimos Karakalos e dall'archimandrita Omero Damasceno, alla presenza del governatore Pompeo de Brigido. La chiesa di San Nicolò dei Greci, dedicata al patrono dei marinai e alla Santissima Trinità, fu completata nel 1795. La sobria facciata originaria venne poi ridisegnata in stile neoclassico tra il 1819 e il 1820 dall'architetto Matteo Pertsch, chiamato a Trieste dallo stesso Demetrio Carciotti. Sei paraste ioniche su alto basamento e due campanili con cupolette d'ardesia conferiscono all'edificio l'eleganza che conserva ancora oggi.

Demetrio Carciotti e il palazzo-manifesto sul Canal Grande

Demetrio Carciotti, nativo del Peloponneso, giunse a Trieste da Smirne intorno al 1771-1775 e accumulò in breve tempo un'enorme fortuna. Giacomo Casanova lo descrisse come «il Mercante il più atto e il più solido ch'io giudico per lo smercio de' panni Waldstein nel Levante», con relazioni a Costantinopoli, Smirne, Alessandria e Tunisi. Nel 1797, Carciotti chiamò da Milano il giovane architetto Matteo Pertsch e lo scultore vicentino Antonio Bosa — appena ventenne — per erigere il suo monumentale Palazzo Carciotti sul Canal Grande.

L'edificio non fu una semplice residenza, ma un palazzo di rappresentazione: le sei statue sulla balaustra — Mercatura, Giustizia, Onore, Fama, Ingegno, Abbondanza — proclamano i valori del committente. Come osservò lo storico dell'architettura Henry Russell Hitchcock, «con il suo portico rialzato e la piccola cupola, Palazzo Carciotti è uno dei più imponenti e riusciti edifici italiani degli inizi del secolo». Carciotti morì nel 1819, a 78 anni, senza eredi diretti, disponendo che le sue attività caritative proseguissero dopo la morte.

Le grandi famiglie: Scaramangà, Economo, Ralli e il Lloyd Austriaco

Il contributo greco andò ben oltre una singola famiglia. Dinastie mercantili come gli Scaramangà, i Ralli, gli Economo e i Galati fondarono ditte commerciali, istituti assicurativi — tra cui la celebre RAS (Riunione Adriatica di Sicurtà) per opera di Giannichesi — e furono tra i soci fondatori del Lloyd Austriaco, poi Lloyd Triestino. I Galati donarono alla città il comprensorio di San Giovanni, divenuto sede dell'ospedale psichiatrico; i Manussis promossero l'ospedale infantile poi intitolato Burlo Garofolo. Ciriaco Catraro promosse la costruzione del palazzo della Borsa, oggi sede della Camera di Commercio. Al suo apice, la comunità greca raggiunse una consistenza massima di circa 5.000 persone.

Mercanti dall'altra sponda: la comunità serba

L'arrivo da Sarajevo, Trebinje e Cattaro

Mercanti e armatori serbi cominciarono a stabilirsi a Trieste dalla metà del Settecento, la maggior parte originaria di Sarajevo, Trebinje e della baia di Cattaro. Nel 1766 i serbi in città erano 50; nel 1780, circa 200. Le famiglie più facoltose — Kurtović, Gopčević, Vojnović e Miletić — possedevano gran parte delle infrastrutture del Porto Vecchio.

La scissione greco-illirica del 1782

Inizialmente, greci e serbi pregavano insieme nella chiesa condivisa di San Spiridione. Dal 1769, però, la crescente comunità serba insistette per utilizzare la lingua serba durante la liturgia, generando tensioni insanabili. Nel 1770 i greci chiesero formalmente al governo la separazione, e tra il 1781 e il 1782 le due comunità si divisero ufficialmente: i greci fondarono la loro chiesa di San Nicolò, mentre i serbi mantennero l'originario San Spiridione.

Il Tempio di San Spiridione: dal 1753 al monumento neobizantino

Con la crescita della congregazione, la chiesa originaria del 1753 si rivelò instabile e troppo piccola. Fu demolita nel 1861 e la comunità serbo-ortodossa bandì un concorso internazionale, vinto dall'architetto milanese Carlo Maciachini. Questi progettò un edificio monumentale in stile neobizantino, con cupole emisferiche azzurre e decorazioni a mosaico. I lavori durarono dal 1861 al 1869; la consacrazione definitiva avvenne il 24 dicembre 1885. Il Tempio di San Spiridione, realizzato con pietre dal Carso, da Brioni, Carrara e Verona, può accogliere fino a 1.600 fedeli.

L'interno custodisce tesori straordinari:

  • Un'iconostasi con quattro icone ricoperte d'oro e d'argento, eseguite in Russia nel primo Ottocento
  • Pitture ad olio imitanti il mosaico che ornano interamente pareti e volte
  • Una lampada d'argento donata nel 1782 dal futuro zar Paolo I di Russia

Gopčević, Miletić e il mecenatismo culturale serbo

L'impatto della comunità serba andò ben oltre il commercio. Nel 1787, il facoltoso mercante Jovan Miletić donò 24.000 fiorini per la fondazione di una scuola elementare serba, che aprì ufficialmente il 1 luglio 1792 accanto alla chiesa di San Spiridione. Trieste divenne polo d'attrazione per intellettuali serbi:

  • Dositej Obradović, considerato il padre della letteratura serba moderna, insegnò ai figli dei ricchi mercanti
  • Vuk Karadžić, il linguista che standardizzò la lingua serba, mantenne da Vienna un contatto costante con la comunità triestina
  • Il poeta Lukijan Mušicki scrisse un'ode ai mercanti serbi di Trieste nel 1835

La famiglia Gopčević costruì nel 1850 il Palazzo Gopcevich sul Canal Grande, decorato con motivi che celebrano gli eroi dell'indipendenza serba. Cristoforo Popovich armava alcune delle più grandi navi mercantili dell'Adriatico — la Tartana, Il Feroce Dalmata, La Forza — mentre Cristoforo Scuglievich edificò il Palazzo Scuglievich lungo le rive, donandolo per testamento alla comunità serba.

Dall'emancipazione al grande Tempio: la comunità ebraica

Il ghetto di Riborgo e l'abolizione del 1771

La comunità ebraica di Trieste era stata a lungo confinata nel ghetto del rione di Riborgo, celebrando il culto in quattro piccole sinagoghe. Nel 1771, l'imperatrice Maria Teresa emanò le Patenti Sovrane che riconoscevano agli ebrei triestini maggiori libertà: diritto di residenza, proprietà e impiego nel commercio e nelle arti. Le porte del ghetto si aprirono e iniziò un'emancipazione che avrebbe portato la comunità a ruoli di primo piano nell'industria, nel commercio e nelle assicurazioni.

Il ruolo nel commercio transatlantico: da Grahl a Da Ponte

La proiezione commerciale ebraica raggiunse una portata sorprendente. Johann Grahl, mercante ebreo emigrato da Dresda, si trasferì a Trieste e nel 1784 contribuì a fondare la prima compagnia mercantile tra Trieste e gli Stati Uniti, con il beneplacito di Thomas Jefferson stesso. Il genero di Grahl era nientemeno che Lorenzo Da Ponte — il celebre librettista di Mozart — che emigrò a New York nel 1810 riattivando le reti triestine per il commercio transatlantico.

La Sinagoga dei Berlam (1908-1912): seconda in Europa

Con la crescita della comunità, le quattro modeste sinagoghe del ghetto non bastarono più. Un concorso internazionale del 1903 non produsse un progetto all'altezza, e l'incarico fu affidato al più celebre studio d'architettura triestino: padre Ruggero e figlio Arduino Berlam. I lavori iniziarono nel 1908 e il monumentale Tempio, in stile sefardita con interni Art Nouveau, fu inaugurato il 21 giugno 1912. Resta tra le più grandi sinagoghe d'Europa, seconda solo a Budapest — testimonianza dell'importanza della comunità ebraica in seno all'Impero austro-ungarico.

La tragedia colpì nel 1938, quando le leggi razziali fasciste imposero la chiusura della Sinagoga. Durante l'occupazione tedesca, il Tempio fu ridotto a deposito di opere d'arte trafugate dai nazisti. Gli arredi rituali in argento si salvarono perché nascosti all'interno dell'edificio stesso.

Una comunità dimenticata: gli armeni di Trieste

I padri mechitaristi da Venezia (1773)

L'anno 1773 è tradizionalmente considerato l'atto di nascita della comunità armena triestina, quando un gruppo di padri mechitaristi — staccatisi dall'isola di San Lazzaro a Venezia — giunsero in città con l'ambizione di aprire una stamperia, naturale sbocco del motto mechitarista ora et labora et studia.

Lo Statuto di Maria Teresa e il fragile insediamento

Il 30 maggio 1775, Maria Teresa concesse uno Statuto alla nazione armena a Trieste, e la piccola comunità cominciò a crescere. Nel 1774 risiedevano nella città circa 30 armeni secolari oltre ai monaci; tra il 1776 e il 1777 arrivarono altri 65, portando la comunità a circa 100 persone tra il 1780 e il 1790. I mercanti provenivano da Venezia, Livorno, Costantinopoli, Il Cairo e dalla Persia.

A differenza dei greci e degli ebrei, che si integrarono abilmente nel tessuto commerciale della città, la comunità armena rimase culturalmente chiusa, gelosa delle proprie tradizioni e in seria difficoltà con il tedesco e l'italiano — le due lingue indispensabili per rapportarsi con la burocrazia asburgica e il mondo mercantile. Come annotò il consigliere dell'Intendenza Commerciale Giuseppe Pasquale Ricci, gli armeni erano «una nazione abituata alle violenze del Dispotismo orientale, e perciò diffidente».

Le occupazioni napoleoniche e la fine della comunità

Questo promettente inizio fu stroncato dalle tre occupazioni napoleoniche di Trieste. Durante la terza, nel 1810, l'ordine mechitarista fu chiuso, e senza il suo nucleo religioso la comunità perse la propria coesione. Tra le famiglie armene rimaste a Trieste vanno ricordati gli Hermet: di un lontano discendente, Francesco Hermet, sopravvive oggi il toponimo di una via triestina. La chiesa armena, costruita nel 1859 durante una seconda e più breve fase della comunità, passò alla comunità cattolica di lingua tedesca e oggi versa in stato di abbandono.

L'eredità visibile: chiese, palazzi e comunità vive

Il patrimonio architettonico delle nazioni straniere

Passeggiando per Trieste oggi, le comunità mercantili straniere sono ovunque. Le cupole neobizantine azzurre di San Spiridione si stagliano sopra il Canal Grande. La facciata neoclassica di San Nicolò dei Greci sorveglia il lungomare. La monumentale Sinagoga domina piazza Virgilio Giotti. Palazzo Carciotti ancora l'imbocco del canale con le sue allegorie sulla balaustra e la cupola — oggi al centro di un progetto per diventare hub dell'intelligenza artificiale. Il Cimitero Greco-Ortodosso a Sant'Anna conserva le tombe di chi costruì questa eredità cosmopolita.

Le comunità oggi: dalla diaspora serba degli anni '90 ai 600 greci

Le comunità che plasmarono Trieste non sono reperti museali. La comunità serba è oggi la più grande minoranza di origine straniera della città — stimata tra 2.000 e 18.000 persone — rinvigorita dall'immigrazione seguita alle guerre jugoslave degli anni Novanta. Mantengono vive le tradizioni con l'associazione culturale Vuk Karadžić e il festival di trombe balcaniche Guča na Krasu. La comunità greco-ortodossa, con circa 600 membri, prosegue le attività liturgiche ed educative. La comunità ebraica conserva la propria storia attraverso l'Istituto Comprensivo Morpurgo Tedeschi e il Museo Carlo e Vera Wagner. Insieme testimoniano che l'anima cosmopolita di Trieste non fu un incidente storico, ma una scelta consapevole e duratura.

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