Trieste asburgica: due secoli di storia (1719-1918)
Dal porto franco di Carlo VI al Borgo Teresiano, dal Lloyd Austriaco alla città cosmopolita di Joyce e Svevo: la grande parabola della Trieste degli Asburgo, raccontata in un unico viaggio dal 1719 al 1918.
Poche città devono la propria esistenza moderna a una sola decisione quanto Trieste la deve agli Asburgo. Per capire la storia asburgica di Trieste bisogna partire da un dato sorprendente: prima del 1719 era poco più di un borgo di pescatori e saline, appena tremila anime aggrappate ai piedi del colle di San Giusto. Due secoli dopo era la quarta città dell'Impero austro-ungarico, un porto da un quarto di milione di abitanti dove sui moli si incrociavano una dozzina di lingue diverse. Questo è il racconto di come accadde. (Per il perché Trieste fosse asburgica già dal Medioevo — la libera dedizione del 1382 e i secoli che precedettero il porto franco — vedi La dedizione di Trieste all'Austria (1382-1719).)
La nascita del porto franco (1719)
La svolta arrivò con due patenti imperiali emanate da Carlo VI il 15 e il 18 marzo 1719, che dichiararono Trieste porto franco dell'Impero. L'atto liberalizzava il commercio marittimo in Adriatico, offriva la bandiera imperiale e alloggi ai mercanti stranieri e sfidava apertamente il secolare monopolio veneziano sul mare. La pace di Passarowitz con il Sultano ottomano, firmata poco prima, aveva intanto aperto i mercati del Levante.
Trieste divenne, di fatto, una città doppia: da un lato l'antico comune con i suoi privilegi medievali, dall'altro un nuovo porto franco posto direttamente sotto l'autorità di Vienna. Le due istituzioni entrarono in competizione e, lentamente, la vecchia municipalità passò sotto il controllo imperiale, fino all'istituzione di un governatorato nel 1776. Nacquero un tribunale di commercio, un'intendenza, una capitaneria e una rete di consolati; le prime connessioni con Smirne furono stabilite già nel 1722.
Il nuovo statuto attirò in città una classe mercantile internazionale. Grandi casate come i fratelli Kurtović di Trebigne tessevano reti commerciali che da Smirne arrivavano a Vienna passando per Istanbul e Trieste, mentre la famiglia Rossetti — il cui esponente Antonio ottenne titoli nobiliari dal Sacro Romano Impero e dal Duca di Modena — alimentava lo scalo con i traffici del Mediterraneo orientale. Negli anni 1750-1770 i primi consolati occidentali fecero di Trieste un partner di Marsiglia, Napoli e Cadice, in concorrenza con Amburgo. Il Porto Franco restò il cuore pulsante della città fino al 1891.
L'età teresiana e il nuovo quartiere
Sotto Maria Teresa (regno 1740-1765) cominciò quella che i contemporanei chiamarono l'età d'oro della città. Nel 1749 l'imperatrice ordinò l'abbattimento delle antiche mura medievali perché l'abitato potesse espandersi sulle saline prosciugate a nord. Lì, su una rigorosa pianta ortogonale, sorse il quartiere che ancora porta il suo nome: il Borgo Teresiano. Nel 1753 il vecchio collettore delle saline fu trasformato nel Canal Grande, disegnato da un ingegnere veneziano perché le barche potessero risalire fino al cuore della Città Nuova.
Seguì un'intensa edificazione pubblica: la Borsa intorno al 1755, il Palazzo della Luogotenenza nel 1764, un grande magazzino e il primo cantiere navale della città, lo squero di San Nicolò. Accanto al Canal Piccolo, nell'allora piazza della Dogana — oggi Piazza della Borsa — sorse tra il 1750 e il 1755 la Fontana del Nettuno, parte di un più ampio progetto di valorizzazione dell'approvvigionamento idrico cittadino.
Il figlio di Maria Teresa, Giuseppe II, rese mondiale il commercio triestino: con l'aiuto dell'imprenditore olandese William Bolts gli Asburgo aprirono succursali in Africa orientale e stipularono trattati con principi indiani, spingendosi fino a Canton. I suoi editti di tolleranza del 1781 consentirono a luterani, riformati e altre comunità di avere i propri luoghi di culto, mentre la secolarizzazione dei monasteri del 1784 liberava nuovi spazi a sud, dove sorse il Borgo Giuseppino, intitolato all'imperatore. Già nel 1751 gli ortodossi avevano ottenuto il diritto di erigere sul Canal Grande la chiesa di San Spiridione: un passaggio decisivo per una città di mercanti dove la libertà di fede era anche una leva economica.
Il secolo del Lloyd
L'Ottocento trasformò un porto fiorente in una potenza imperiale. Nel 1836 fu fondato il Lloyd Austriaco (poi Lloyd Triestino), capace di legare capitale pubblico e privato nei settori della navigazione e delle assicurazioni: nel 1913 disponeva di una flotta di 62 navi. Nel 1857 la ferrovia Südbahn collegò il porto direttamente a Vienna, e l'apertura del Canale di Suez nel 1869 collocò Trieste sulle grandi rotte d'Oriente.
Massicci investimenti edificarono il Porto Nuovo tra il 1868 e il 1883, per un costo di 29 milioni di corone austriache cui se ne aggiunsero altri dieci per le successive espansioni. Trieste era anche un rilevante centro finanziario e amministrativo: già nel 1850 vi era stato istituito il Governo centrale marittimo, e con il ripristino del costituzionalismo nel 1860 la città riacquistò l'autonomia diventando capoluogo del Litorale austriaco. Negli ultimi decenni del secolo Trieste era diventata la quarta realtà urbana dell'Impero, dopo Vienna, Budapest e Praga.
La decisione del 1891 di restringere le antiche franchigie doganali alla sola area portuale segnò la progressiva metamorfosi industriale della città: accanto al tradizionale settore commerciale crebbe quello cantieristico e siderurgico, sostenuto dalla politica di riarmo navale imperiale. Ma lo sviluppo ebbe anche un volto duro: nel 1910 si contavano 30.000 addetti all'industria, e la città registrava un'elevata mortalità infantile e uno dei più alti tassi di tubercolosi d'Europa.
La città cosmopolita
Sono i numeri a raccontare questa trasformazione:
- appena 3.000 abitanti originari prima del porto franco;
- circa 50.000 alla fine del Settecento;
- circa 120.000 a metà Ottocento;
- circa 250.000 nel 1913.
Questa crescita fu alimentata dall'immigrazione dall'intero bacino adriatico — istriani, veneti, dalmati, friulani, sloveni — e, in misura minore, dall'Europa continentale e balcanica. Con le persone arrivarono le loro fedi. La tolleranza di Giuseppe II fece di Trieste un mosaico di comunità — ebraica, greco-ortodossa, serbo-ortodossa, evangelica, armena, cattolica — ciascuna delle quali lasciò un segno in chiese e cimiteri ancora visibili. La comunità ebraica, alla quale Carlo VI aveva concesso ampi privilegi commerciali sin dal 1719, divenne una delle più prospere dell'Impero; la presenza inglese e tedesca, legata ai traffici e alla finanza, ebbe sepoltura nel cimitero evangelico, mentre le antiche colonie greca e serba prosperarono attorno a San Spiridione.
Convivevano tre lingue: l'italiano come lingua di cultura e di commercio, lo sloveno nel contado e in una quota crescente della città, il tedesco come lingua amministrativa, mentre l'antico dialetto tergestino andava lentamente spegnendosi. «A Trieste la nobiltà parla il tedesco, il popolo l'italiano, il contado lo sloveno», recitava un detto dell'epoca. Alla vigilia della guerra gli slovenofoni rappresentavano circa un quarto della popolazione comunale.
L'età d'oro della cultura mitteleuropea
Intorno al 1900 Trieste era una metropoli cosmopolita e affollata. La sociabilità urbana aveva radici antiche: già negli anni 1780 il governatore conte Karl von Zinzendorf frequentava ogni sera il caffè e il Casino di Piazza Grande, luoghi misti dove si incrociavano mercanti, amministratori e nobili. Un secolo dopo, i caffè, i teatri e i salotti ospitarono un fermento culturale straordinario: James Joyce vi insegnò e scrisse per anni, Italo Svevo e Umberto Saba furono figli della città, e scrittori sloveni come Ivan Cankar e Dragotin Kette appartenevano allo stesso mondo. L'impronta architettonica viennese, fatta di palazzi eleganti e di esclusivi caffè, domina ancora oggi le strade.
La Trieste imperiale celebrò la propria dinastia nella pietra: il Monumento a Massimiliano d'Austria, costruttore del Castello di Miramare, fu inaugurato il 3 aprile 1875 alla presenza di Francesco Giuseppe I; nel 1882 il Monumento alla Dedizione ricordò i cinquecento anni dalla dedizione della città all'Austria, avvenuta il 30 settembre 1382. Sull'altipiano, l'Obelisco di Opicina segnava l'ingresso della strada commerciale verso l'entroterra.
Il tramonto della Trieste asburgica (1900-1918)
La stessa prosperità che aveva reso grande Trieste ne acuì anche le tensioni. Con l'ascesa dei nazionalismi in tutta Europa, la questione scolastica e la mai concessa richiesta di un'università di lingua italiana divisero le comunità della città: lo Stato centrale temeva che un grande ateneo italiano rafforzasse le spinte centrifughe, ma altrettanto temeva di scontentare il gruppo sloveno, in piena ascesa demografica ed economica. Negli anni del governatore principe Konrad di Hohenlohe (1904-1915), sostenitore del progetto trialista di una terza compagine slava accanto ad Austria e Ungheria, i contrasti fra le nazionalità si fecero più aspri. La Prima guerra mondiale portò la fine: il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrarono a Trieste sotto il comando del generale Carlo Petitti di Roreto, chiudendo oltre cinque secoli sotto la Casa d'Asburgo. L'annessione formale al Regno d'Italia sarebbe arrivata solo con il trattato di Rapallo del 1920.
Ciò che finì non fu soltanto una sovranità, ma un intero mondo: un porto franco che aveva attratto mercanti da tre continenti, una città che parlava molte lingue insieme. I palazzi del Borgo Teresiano, il Canal Grande, Miramare e i grandi caffè restano testimoni dei due secoli in cui Trieste fu, prima di tutto, una città imperiale del mare.