Trieste e la Prima Guerra Mondiale: dal porto dell'Impero alla redenzione
Dal funerale di Franz Ferdinand all'arrivo del cacciatorpediniere Audace, la storia di Trieste tra il 1914 e il 1918: una città multietnica sospesa tra due mondi, travolta dalla Grande Guerra e trasformata per sempre.
Trieste prima guerra mondiale: un binomio che evoca uno dei capitoli più drammatici nella vicenda di questa città di confine. All'alba del Novecento, Trieste era la quarta realtà urbana dell'Impero austro-ungarico — dopo Vienna, Budapest e Praga — e il principale sbocco marittimo della monarchia asburgica, l'ottavo porto al mondo per volume di traffico commerciale. Secondo il censimento del 1910, la popolazione raggiungeva i 229.510 abitanti: un mosaico composto da 118.959 italofoni (51,8%), 56.916 sloveni (24,8%), 11.856 tedescofoni (5,2%) e comunità più piccole di serbocroati e altre nazionalità. Una metropoli cosmopolita sospesa tra più culture, destinata a essere travolta dal conflitto più devastante che l'Europa avesse mai conosciuto.
La Trieste asburgica alla vigilia del conflitto
Sotto il lungo regno dell'imperatore Francesco Giuseppe I, scomparso il 21 novembre 1916 nel pieno della guerra, Trieste aveva conosciuto una crescita straordinaria. La Ferrovia Meridionale (Südbahn) che collegava Vienna all'Adriatico, inaugurata nel 1857, aveva trasformato la città in un nodo cruciale del commercio imperiale. Grazie allo status di porto franco, concesso per la prima volta nel 1719 da Carlo VI, Trieste attirava imprenditori e mercanti da ogni angolo d'Europa.
Sotto questa superficie prospera, tuttavia, crescevano tensioni etniche sempre più profonde. Quasi il 43% degli abitanti non era nato nel comune di Trieste: oltre 71.000 provenivano da altri territori austriaci — dalla Contea di Gorizia e Gradisca, dall'Istria, dalla Carniola e dalla Dalmazia — mentre quasi 27.000 erano cittadini stranieri, in gran parte regnicoli del Regno d'Italia. Questa composizione demografica rendeva Trieste un crogiolo unico, ma anche un terreno fertile per le rivalità nazionali.
Il governo austriaco, in particolare dopo il 1866, aveva adottato una politica di diffidenza verso la maggioranza italofona, promuovendo gli interessi slavi attraverso l'austroslavismo. Il principe Konrad di Hohenlohe, governatore imperiale dal 1904 al 1915, incarnava questo approccio e sosteneva il progetto del trialismo caro all'arciduca Francesco Ferdinando: la creazione di un terzo regno slavo all'interno dell'Impero, che avrebbe incluso anche Trieste e il Palazzo del Governo, sede della luogotenenza asburgica.
L'estate del 1914: dall'assassinio di Sarajevo al funerale a Trieste
Il 28 giugno 1914, l'assassinio dell'arciduca Franz Ferdinand e della moglie duchessa Sophie a Sarajevo scosse l'intero Impero. Pochi giorni dopo, il 2 luglio 1914, le loro salme giunsero a Trieste a bordo della corazzata SMS Viribus Unitis. Un solenne corteo funebre attraversò Piazza Unità, benedetto dal vescovo Andrea Karlin, alla presenza del governatore principe Hohenlohe e del sindaco Alfonso Valerio.
La cerimonia fu organizzata in modo restrittivo dal principe di Montenuovo, che escluse persino i tre figli dell'arciduca. Quel corteo funebre segnò simbolicamente la fine di un'epoca: la splendida città portuale che aveva accolto le salme dell'erede al trono stava per essere risucchiata in un conflitto che ne avrebbe cambiato per sempre il destino.
Nell'agosto 1914, i giovani triestini venivano già mobilitati nell'esercito imperiale e inviati sul fronte russo in Galizia, inquadrati in unità come il 97° Reggimento di Fanteria imperiale e reale, composto da sloveni, croati e italofoni della regione. Si stima che circa 50.000 cittadini italofoni del Litorale austriaco abbiano combattuto complessivamente in uniforme asburgica tra il 1914 e il 1918, una cifra che dà la misura della complessità identitaria di questa guerra per Trieste.
Irredentismo e resistenza: la scelta dell'Italia
Non tutti i triestini marciarono sotto le insegne austriache. Il movimento irredentista italiano, cresciuto dal martirio di Guglielmo Oberdan — impiccato il 20 dicembre 1882 per aver ordito un complotto contro l'imperatore — aveva trovato il suo cuore pulsante in luoghi come il Caffè San Marco, fondato il 3 gennaio 1914 da Marco Lovrinovich. Dietro l'elegante facciata del locale si tenevano riunioni segrete e si producevano passaporti falsi per i patrioti in fuga verso l'Italia.
La Lega Nazionale, la più grande organizzazione privata triestina con 11.569 soci nel 1912, fungeva da bastione culturale dell'identità italiana. Il 23 maggio 1915 — giorno della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria-Ungheria — dimostranti filoaustriaci incendiarono la sua sede nel Palazzo Tonello, insieme alla redazione del quotidiano irredentista Il Piccolo e alla Società Ginnastica Triestina.
Ben 128 triestini disertarono dall'esercito asburgico per arruolarsi nel Regio Esercito italiano, tra cui intellettuali come:
- Scipio Slataper, scrittore e critico letterario
- Ruggero Timeus, giornalista e pensatore politico
- Carlo Stuparich, scrittore e fratello del più noto Giani
Tutti e tre caddero in combattimento, diventando simboli del sacrificio irredentista.
La vita in città durante la guerra
Per la popolazione civile, gli anni del conflitto portarono privazioni durissime. L'attività portuale — linfa vitale della città — si arrestò quasi completamente. La censura fu imposta sulla stampa e sulla corrispondenza privata. Il razionamento alimentare si aggravò man mano che le linee di approvvigionamento dall'entroterra austriaco venivano interrotte, soprattutto dopo la conquista italiana di Gorizia.
Tra il 1915 e il 1917, l'aviazione italiana bombardò Trieste in numerose occasioni, provocando vittime tra i civili. Contemporaneamente, circa 50.000 cittadini italofoni del Litorale austriaco combattevano in uniforme asburgica per tutta la durata del conflitto, con famiglie divise su fronti opposti della guerra.
I testimoni militari italiani avrebbero poi ricordato "l'aspetto sparuto e dimesso" della folla triestina alla liberazione — segno delle stesse privazioni patite dal resto della popolazione dell'Impero.
Il fronte dell'Isonzo e il crollo dell'Impero
La linea del fronte passava a soli trenta chilometri da Trieste — abbastanza vicina perché l'eco delle cannonate raggiungesse il centro della città. Dal maggio 1915 al novembre 1917, lungo il fiume Isonzo e sull'altopiano del Carso si combatterono dodici sanguinose battaglie, con un bilancio stimato di 500.000 morti su entrambi i fronti, senza che nessuna delle due parti ottenesse una vittoria decisiva.
La catastrofica sconfitta italiana a Caporetto nel novembre 1917 allontanò temporaneamente il fronte da Trieste. Ma entro un anno la situazione si capovolse: il nuovo imperatore Carlo I, succeduto a Francesco Giuseppe nel 1916, tentò invano di ricomporre l'Impero in uno stato federale, riconoscendo l'autonomia di cechi, polacchi, ungheresi e slavi. Le rivendicazioni nazionaliste, però, esplodevano ormai a Praga, Budapest, Lubiana e Zagabria: a Corfù, nel luglio 1917, emissari sloveni, croati e serbi avevano già reclamato l'inclusione di Trieste e dell'Istria in un futuro Regno degli Slavi del Sud.
Nell'ottobre 1918, l'esercito italiano lanciò l'offensiva finale a Vittorio Veneto, sfondando le linee austro-ungariche. Il 3 novembre 1918, circa 300.000 soldati asburgici si arresero.
Il 3 novembre 1918: l'Audace al Molo San Carlo
Quello stesso pomeriggio, intorno alle ore 16, una flottiglia di cacciatorpediniere italiane emerse dalla bruma ed entrò nel porto austriaco di Trieste davanti a una folla in delirio. Il cacciatorpediniere Audace fu la prima nave della Marina Militare Italiana ad attraccare al Molo San Carlo — ribattezzato Molo Audace in suo onore nel 1922.
Diverse migliaia di soldati sbarcarono agli ordini del generale Carlo Petitti di Roreto, designato governatore militare della Venezia Giulia e dell'Istria. Lo sbarco avvenne quasi in contemporanea con la firma dell'armistizio di Villa Giusti, nei pressi di Padova, che fissava il cessate il fuoco per le ore 15 del giorno seguente, 4 novembre. Con una giornata di anticipo, il Comando Supremo italiano aveva provveduto a occupare sia Trieste sia Trento — un gesto carico di significato per le rivendicazioni nazionali italiane.
I testimoni dell'esercito italiano ricordarono con commozione "l'abbraccio avvolgente di Trieste", notando al tempo stesso l'aspetto provato della popolazione civile dopo anni di privazioni. Il 10 novembre, il re Vittorio Emanuele III visitò brevemente la città, rinnovando l'entusiasmo popolare.
Nel 1925 fu posta all'estremità del molo una rosa dei venti in bronzo con l'epigrafe "Fusa nel bronzo nemico III novembre MCMXXV" — fusa nel bronzo del nemico. Un'ancora dell'Audace è ancora oggi esposta alla base del Faro della Vittoria, il faro eretto nel 1927 dall'architetto Arduino Berlam a memoria dei caduti in mare.
Le conseguenze della redenzione per una città multietnica
L'annessione formale di Trieste al Regno d'Italia avvenne con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920. Ma la cosiddetta redenzione ebbe un prezzo altissimo. Trieste, da porto principale di un vasto impero, si ritrovò città di confine con un entroterra drasticamente ridimensionato. L'economia portuale, privata del suo naturale bacino di utenza — l'intero Impero asburgico, ormai dissolto — entrò in una crisi profonda.
Il tessuto cosmopolita della città iniziò a sgretolarsi rapidamente. Già nei primi mesi del dopoguerra, il governatore Petitti dovette gestire le tensioni tra la maggioranza italiana — che reclamava l'italianizzazione dei servizi amministrativi — e la comunità slovena, che rivendicava il riconoscimento della propria identità. Il vescovo Andrea Karlin, di origine slovena, fu costretto alle dimissioni e sostituito dal vescovo castrense italiano.
Il 13 luglio 1920, squadristi fascisti incendiarono l'Hotel Balkan (Narodni Dom), cuore culturale della comunità slovena triestina, in un atto di violenza orchestrata che segnò l'inizio di una sistematica campagna di italianizzazione forzata. Dalla metà degli anni Venti, cognomi e toponimi sloveni vennero modificati; nel 1929 l'insegnamento della lingua slovena fu vietato in tutte le scuole pubbliche.
La vicenda di Trieste nella Grande Guerra resta un monito su come un conflitto possa trasformare irreversibilmente una città — la sua economia, la sua identità, i legami delicati tra le comunità che la abitavano. Passeggiando oggi lungo il Molo Audace, con lo sguardo rivolto verso il golfo, si cammina su una passerella sospesa tra due epoche: quella dell'Impero che fu e quella dell'Italia che arrivò in una nebbiosa giornata di novembre.