Architettura e urbanistica

Le ville suburbane di Trieste: la borghesia oltre la città

Sulle colline e lungo la costa di Trieste, mercanti, armatori e aristocratici asburgici costruirono ville, parchi e serre. Un viaggio nelle dimore che raccontano l'ascesa della borghesia ottocentesca.

Quando, nel 1719, l'imperatore Carlo VI concesse a Trieste lo status di porto franco, mise in moto una trasformazione che nel giro di un secolo avrebbe fatto di una città marginale una delle grandi metropoli commerciali dell'Impero asburgico. La nuova ricchezza aveva bisogno di un palcoscenico, e quel palcoscenico furono le ville suburbane: dimore costruite sulle colline e lungo la costa dove mercanti, armatori e aristocratici potevano mettere in scena il proprio successo lontano dal trambusto del porto. La storia delle ville suburbane di Trieste è, in fondo, la storia stessa della borghesia che inventò la città moderna.

Il porto franco e l'ascesa della borghesia triestina

Nel corso del Settecento la popolazione di Trieste passò da circa 5.000 a 30.000 abitanti. Il vecchio patriziato scomparve e, come osservò lo storico Giorgio Apih, "la nuova Trieste nacque come la città più borghese dell'Austria". Era una società cosmopolita di negozianti, assicuratori e banchieri, gente arrivata da ogni sponda dell'Adriatico e dall'Europa centrale, che dopo aver fatto fortuna negli uffici vicini al porto cercava di affermare il proprio rango attraverso lussuose abitazioni di rappresentanza.

A differenza delle città italiane più antiche, Trieste non aveva una tradizione artistica ereditata. I suoi architetti erano forestieri — il tedesco Pertsch, il veneto Selva, il maceratese Molari — e così i suoi pittori e scultori. Proprio per questo la villa divenne la tela su cui questa classe self-made scrisse la propria identità: non un'eredità nobiliare, ma una conquista costruita pietra su pietra.

Le prime grandi residenze suburbane — Villa Murat (1785), Villa Necker, Palazzo Carciotti (1802) — nascono proprio sul finire del Settecento, quando alla necessità di luoghi di culto per una popolazione sempre più numerosa si affiancò il desiderio della borghesia di affermare il proprio potere. Non si trattava di semplici case di campagna: erano dichiarazioni di appartenenza a un'élite che, priva di blasoni antichi, costruiva il proprio prestigio attraverso il gusto, l'ospitalità e la magnificenza degli edifici. La villa suburbana fu, in questo senso, l'equivalente triestino del palazzo nobiliare delle corti italiane.

Le colline e la costa come spazi del loisir

I versanti meridionali del colle di Scorcola, il Farneto (un tempo colle del "Cacciatore") e il quartiere di San Vito offrivano ciò che la città affollata non poteva dare: il panorama sul Golfo. Quando, su istanza del conte Domenico Rossetti, fu inaugurata nel 1830 la nuova strada per Opicina, alcune famiglie dell'élite vi costruirono splendide ville circondate da parchi, giardini e grandi serre per la floricoltura. Lungo la costa, verso Barcola, altre dimore volgevano lo sguardo al mare.

Le aree predilette disegnano una vera e propria geografia della ricchezza:

I napoleonidi in esilio a Trieste

Pochi ricordano che Trieste fu un rifugio per la famiglia Bonaparte dopo la caduta di Napoleone. La città asburgica accolse i napoleonidi sotto la sorveglianza discreta della polizia austriaca, offrendo loro un esilio dorato a due passi dal mare.

Carolina Bonaparte, sorella dell'imperatore ed ex regina di Napoli, giunse a Trieste il 6 giugno 1815 sotto il nome di "Contessa di Lipona" (anagramma di Napoli) e si stabilì definitivamente nel 1821 nella dimora che avrebbe preso il nome del marito, la Villa Murat, oggi scomparsa.

Alla Villa Necker, la cui configurazione definitiva risale al 1748 per mano dell'architetto francese Champion, si ritrovava l'alta società europea della prima metà dell'Ottocento. Qui, nel 1822, nacque Giuseppe Napoleone Carlo Bonaparte, soprannominato "Plon Plon", figlio di Girolamo Bonaparte — fratello di Napoleone ed ex re di Vestfalia. Cresciuto nell'esilio triestino, sposò Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, legando così la città a uno snodo del Risorgimento italiano.

Gli architetti del paesaggio suburbano

La figura dominante fu Friedrich Hitzig, architetto berlinese allievo di Schinkel, che progettò sia il palazzo cittadino sia la villa estiva di Pasquale Revoltella in elegante stile neorinascimentale. Hitzig portò a Trieste un linguaggio mitteleuropeo colto, dove l'architettura non era solo abitazione ma strumento educativo e affermazione di idee.

Una generazione più tardi, l'ingegnere-architetto Eugenio Geiringer (1844–1904) acquistò nel 1888 una vasta area di Scorcola e tra il 1896 e il 1898 trasformò una casa domenicale in un "castelletto" in stile neomedievale, con merlature e due torri laterali. Geiringer non fu solo un costruttore di ville: progettò anche la celebre tranvia di Opicina, inaugurata nel 1902, intrecciando la storia delle dimore di collina con quella delle grandi infrastrutture cittadine. Altri interpreti — Antonio Buttazzoni alla Villa Lehner, Feliciano Vittori alla Villa Valerio — declinarono il gusto neoclassico e "neocastellano" lungo tutto il secolo.

Natura e artificio: parchi, serre e botanica

Nelle ville suburbane il giardino contava quanto la casa. Era lo spazio in cui la borghesia dimostrava cultura, ricchezza e raffinatezza, importando piante esotiche da ogni angolo del mondo.

Il caso più illustre è quello della Villa Lazarovich, dove l'arciduca Massimiliano d'Asburgo abitò in affitto dal febbraio 1852, coltivando piante esotiche e aprendo il giardino al pubblico due volte alla settimana, prima di dare avvio alla costruzione del Castello di Miramare. Eugenio Geiringer piantò una famosa coltivazione di camelie per l'amata moglie Ortensia Luzzati, mentre le serre di Pasquale Revoltella sul colle del Cacciatore arrivavano a produrre ananas per i sontuosi banchetti del barone. Giardini all'italiana, parchi all'inglese e tenute con vigneti completavano il quadro di un'aristocrazia del gusto che faceva del verde un manifesto sociale.

Le grandi dinastie e le loro dimore

Ogni villa è anche il ritratto di una famiglia e del suo posto nella società triestina.

  • La Villa Revoltella apparteneva al barone e mecenate Pasquale Revoltella (1795–1869), finanziere del Canale di Suez, fatto barone da Francesco Giuseppe nel 1867.
  • La Villa Sartorio fu la dimora di una dinastia di commercianti originaria di Sanremo, stabilitasi a Trieste nel 1838.
  • La Villa Cosulich passò nel 1920 a una grande famiglia di armatori con interessi in Argentina, tanto da essere talvolta chiamata "Villa Argentina".
  • La Villa Economo ospitò dal 1883 l'esploratore Sir Richard Francis Burton, che vi tradusse Le Mille e una notte e il Kama Sutra.

Accanto a queste spiccano figure dell'aristocrazia asburgica, come il governatore Alfonso di Porcia alla Villa Melara, e curiosità cosmopolite come la Casa Jakič di Barcola, la "Casa Russa" dalle cupole in rame costruita dal pope Anton Jakič, simpatizzante dello zar. Una mappa di provenienze — inglesi, ginevrini, dalmati, russi — che riflette la vocazione di crocevia della città.

La Villa Sartorio merita una sosta particolare. Edificata nel Settecento e ampliata in stile neoclassico, conserva ancora oggi gli arredi originali, i cimeli e le collezioni d'arte della famiglia, configurandosi come un raffinato esempio di casa-museo in cui la vita quotidiana della Trieste ottocentesca è rimasta cristallizzata. Durante i restauri del 2003-2006, sotto il pavimento del sotterraneo, furono persino scoperti i resti di una domus romana del I secolo d.C.: la prova che queste colline erano abitate da duemila anni e che la villa borghese poggiava, letteralmente, su strati di storia ben più antichi. Anche la Villa Cosulich racconta una parabola emblematica: il suo parco di oltre un ettaro, popolato di lecci, cipressi e perfino sequoie, sopravvive come spazio verde pubblico mentre l'edificio principale è scivolato nel degrado, simbolo della fragilità di un patrimonio che non sempre la città è riuscita a custodire.

Dal privato al pubblico: il destino novecentesco

Molte di queste ville divennero un dono alla città. Il palazzo Revoltella, alla morte del barone nel 1869, fu lasciato al Comune per atto testamentario e nel 1872 trasformato nel Museo Revoltella, la prima galleria pubblica italiana dedicata all'arte moderna. La Villa Sartorio, donata dall'ultima erede, aprì come Civico Museo nel 1954.

Altre dimore furono riconvertite: la Villa Geiringer ospita oggi la Scuola Europea di Trieste, mentre il Ferdinandeo, "edificio del piacere" sopravvissuto all'epurazione iconoclasta seguita al passaggio all'Italia nel 1918, conserva ancora il busto imperiale sulla facciata. E alcune, come la Villa Cosulich, sono cadute in abbandono: rovine eleganti che ricordano come lo splendore della borghesia asburgica fu, esattamente come il porto franco che lo aveva generato, un capitolo destinato a chiudersi. Restano le ville, sentinelle silenziose sulle colline, a raccontare la stagione in cui Trieste guardò il mondo dall'alto dei suoi giardini. Percorrerle oggi, dal Castelletto di Scorcola alle dimore del Cacciatore, significa leggere in filigrana l'intera parabola di una città che dal nulla del Settecento seppe diventare, per un secolo, una capitale del commercio e della cultura mitteleuropea.

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