Società e tradizioni

La Fiera di San Nicolò a Trieste: storia di una tradizione amata

Nata dai mercanti greci del porto franco asburgico, la Fiera di San Nicolò è il vero Natale dei bambini triestini: origini, il grande trasloco del 1923 sul Viale XX Settembre e le tradizioni di doni e Krampus.

A Trieste esiste una festa che i bambini attendono persino più del Natale stesso: la Fiera di San Nicolò. Trieste la vive come il cuore dell'inverno, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, con un'attesa che in molte famiglie supera quella del giorno di Natale. Più che un semplice mercatino, è un rito collettivo che racconta cinque secoli di storia cittadina: l'eredità del porto franco, l'incontro tra popoli e una generosità che si tramanda di generazione in generazione.

Il vero "Natale" dei bambini triestini

La fiera è prima di tutto un crocevia di culture. In essa convergono il mondo mediterraneo-bizantino, le tradizioni slave e il folclore mitteleuropeo dell'Impero austro-ungarico. È uno specchio fedele di Trieste: città di confine, cosmopolita, abituata a far convivere lingue e devozioni diverse. A Trieste, si dice spesso, San Nicolò è più importante e più generoso di Babbo Natale: è lui, il vescovo dal manto rosso, il vero protagonista dell'inverno cittadino, e non l'icona commerciale d'importazione anglosassone.

Per capire perché questa festa sia tanto sentita, dobbiamo tornare al Settecento, quando Trieste diventò il grande emporio degli Asburgo.

Le origini: il porto franco asburgico e la comunità greco-ortodossa

Carlo VI, il porto franco e i mercanti orientali

La nascita della fiera è inseparabile dallo sviluppo commerciale seguito al porto franco proclamato da Carlo VI nel 1719 e potenziato sotto Maria Teresa. Le condizioni economiche vantaggiose e una tolleranza religiosa rara in Europa attirarono genti dal Mediterraneo orientale: tra loro moltissimi greci in fuga dall'Impero ottomano, che portarono con sé il culto di San Nicola di Myra.

Lo stesso imperatore Carlo VI è celebrato in Piazza Unità: senza la sua riforma del porto, Trieste non sarebbe diventata il melting pot da cui nacque la fiera.

San Nicolò patrono dei naviganti e la chiesa dei Greci

San Nicolò non è il patrono di Trieste — lo è San Giusto, cui è dedicata la Cattedrale di San Giusto — ma fu venerato con grande affetto. Protettore dei marinai bizantini ed ellenici, ebbe nella comunità greca il suo principale promotore: fu questa a edificare, tra il 1784 e il 1787, la monumentale Chiesa greco-ortodossa di San Nicolò sulle Rive, poi ridisegnata dall'architetto Matteo Pertsch.

Fu proprio accanto a questa chiesa, in concomitanza con la festa liturgica del 6 dicembre, che presero vita i primi mercatini festivi: il nucleo originario della fiera che conosciamo oggi.

Le origini, però, non sono univoche. L'antropologo Raffaello Battaglia, nel saggio del 1945 "La festa di San Nicolò a Trieste", mostrò come la tradizione fosse penetrata in città anche attraverso le comunità marittime dell'Istria: a Parenzo (Poreč) una chiesa dedicata al santo risale già all'VIII secolo. Trieste agì insomma da catalizzatore culturale, fondendo la solennità marittima greco-istriana con le tradizioni domestiche dell'entroterra imperiale. Non a caso la figura del santo affonda nell'agiografia mediterranea: l'episodio dei tre sacchetti d'oro donati di nascosto a tre fanciulle — citato persino da Dante nel Purgatorio — è all'origine della moderna tradizione del dono.

Folclore mitteleuropeo: doni, Krampus e Parkeljni

La ritualità domestica della notte tra il 5 e il 6 dicembre

La festa vive soprattutto nelle case. La sera del 5 dicembre i bambini scrivono la letterina al santo e lasciano sul davanzale, o vicino alla porta, scarpe, stivali o piatti, spesso con fieno o carote per rifocillare l'asinello che porta la gerla dei doni.

Al risveglio del 6 dicembre, secondo la tradizione, trovano:

  • giocattoli, mandarini e noci;
  • dolciumi e cioccolatini con le sembianze del santo;
  • per i più discoli, un pezzo di carbone (oggi rigorosamente dolce).

Il dualismo bene-male: Krampus e Parkeljni

Il santo buono ha il suo contraltare oscuro. Nel folclore dell'arco alpino e delle province asburgiche compaiono i Krampus, demoni caprini e pelosi armati di catene e campanacci, che puniscono i bambini cattivi. Nelle comunità slovene del Carso la stessa figura prende il nome di Parkeljni, diavoli che lottano contro gli angeli di luce.

Questo sincretismo arriva fino alla tavola: la mattina del 6 dicembre si gustano i Miklavževi Parkeljni, panini dolci a forma di diavoletto — impastati con semola, latte, uova e panna acida, decorati con uvetta per gli occhi — testimonianza della profonda influenza slava sulla cultura triestina. È la prova che, a Trieste, la festa non appartiene a una sola comunità: tedeschi, sloveni, greci e italiani vi riconoscono ciascuno un pezzo della propria identità.

Il grande trasloco del 1923: da via Mazzini al Viale XX Settembre

Dalla vecchia Trieste al viale borghese

Fino al 1922 le bancarelle animavano via Mazzini (allora via Nuova) e le strade vicine — via Santa Caterina, via San Lazzaro — estendendosi dalla Piazza della Legna, oggi Piazza Goldoni, fino all'attuale Piazza della Repubblica, nel cuore del Borgo Teresiano. Durava appena tre giorni ed era una festa popolare, fatta di giocattoli di arte povera: bambole, soldatini di terracotta, trombette e spade di cartone.

Il cambio di rotta avvenne nel dicembre 1923, quando un decreto municipale trasferì la fiera nell'elegante Viale XX Settembre (allora Via dell'Acquedotto). La fiera si allungò a una settimana e assunse un carattere quasi "nazionale", con ambulanti da tutta Italia e merci più borghesi: vetri di Murano, libri, guanti e cappelli di qualità.

Il caos della prima edizione sul Viale

Il trasloco spiazzò i triestini. Il Piccolo del 5 dicembre 1923 lo registrò con un ironico dialogo in dialetto tra due signore che cercavano invano le "barache de San Nicolò". La nuova sede ebbe però un successo travolgente: una fiumana di gente, tanti vigili urbani per l'ordine, il fermo di dieci borseggiatori e perfino un principio d'incendio, quando una lampada rovesciata appiccò il fuoco a un banco.

Il Viale XX Settembre, palcoscenico della fiera

Il viale alberato era la passeggiata prediletta della borghesia triestina, costellata di caffè, teatri e cinema. Vi sorgevano il Politeama Rossetti, inaugurato nel 1878, eleganti palazzi Liberty come Casa Agnani (1901) e la casa natale dello scrittore Italo Svevo al civico 16.

La fiera si inseriva così in un'arteria votata all'intrattenimento e alla cultura: un connubio tra mercatino, cinema e teatro per ragazzi che ne moltiplicava la magia. Il viale stesso aveva una storia curiosa: il suo nome originario, Via dell'Acquedotto, ricordava il tracciato delle antiche condutture idriche che scendevano dal Carso per rifornire la città. Sotto i suoi platani e ippocastani, le bancarelle trovarono una cornice scenografica e protetta, ideale per accogliere un numero crescente di visitatori.

Il secondo dopoguerra: arrivi spettacolari e mito collettivo

Gli ingressi di San Nicolò dal 1958

Nel secondo dopoguerra la fiera divenne un tassello cruciale della memoria collettiva. L'ingresso del santo si trasformò in parata pubblica: nel 1958 un figurante di San Nicolò giunse in treno alla Stazione Centrale e sfilò su un cocchio ottocentesco, scortato da auto cariche di regali e da un carico simbolico di carbone. Negli anni l'arrivo fu declinato in mille modi: dalla carrozza al motoscafo, fino all'elicottero.

Il boom del 1965 e il Teatro dei Piccoli

L'edizione del 1965 registrò oltre 600 richieste di partecipazione da parte degli ambulanti: lo spazio del Viale non bastò e la fiera straripò in via Cesare Battisti. L'atmosfera coinvolgeva tutta la città. Al Cinema Alabarda, in Largo Barriera, Carlo Fiorello dirigeva il celebre Teatro dei Piccoli, con le sue bestie parlanti capitanate dal gorilla Makoko, che ha segnato l'infanzia di generazioni di triestini.

La fiera oggi: cento anni sul Viale

Nel 2023 la Fiera di San Nicolò ha festeggiato il centenario del suo trasferimento sul Viale. Oggi si estende lungo Viale XX Settembre, Largo Don Bonifacio e via Muratti, con circa 90 espositori. Tra i primi acquisti natalizi e il carbone dolce, mantiene intatta la sua atmosfera fiabesca: animazioni, zucchero filato, mandorle caramellate e San Nicolò "in carne e ossa" che riempie il calzino dei bambini.

Certo, come già negli anni Venti, c'è chi lamenta che di giocattoli se ne vedano sempre meno e di bancarelle "per adulti" sempre di più. Eppure il rito resiste: ogni anno, puntuale, l'attesa dei bambini riaccende il viale. La fiera resta un appuntamento che segna il calendario affettivo della città, molto più di una semplice occasione commerciale — un modo per ritrovarsi, passeggiare sotto le luci e riconoscersi in una tradizione condivisa.

Un archivio antropologico di Trieste

La Fiera di San Nicolò non è un semplice mercato pre-natalizio, ma un profondo presidio identitario. Attraverso la sua storia, la città ha unificato influssi diversi — greco-ortodossi, asburgici, slavi e italiani — in un'unica festa. È il modo in cui Trieste ricorda le proprie origini cosmopolite e tramanda, di anno in anno, il senso della generosità alle nuove generazioni: una pagina viva della sua scontrosa grazia.

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