Personaggi e cultura

Il triangolo letterario di Trieste: Joyce, Svevo e Saba

Tre scrittori, una città: scopriamo come Joyce, Svevo e Saba hanno trasformato la Trieste asburgica nel più straordinario crocevia letterario del Novecento europeo, tra caffè storici e amicizie decisive.

Poche città possono vantare di aver plasmato simultaneamente l'opera di tre giganti della letteratura. Quando pensiamo al binomio tra letteratura e Trieste, tre nomi emergono immediatamente: Joyce, Svevo, Saba. Trieste fu il palcoscenico di un triangolo letterario straordinario, nato nelle strade e nei caffè di una città asburgica cosmopolita tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. I loro percorsi si incrociarono in modo decisivo, dando vita ad amicizie e rivalità che avrebbero lasciato un segno indelebile nella letteratura europea.

La Trieste asburgica: crocevia di culture e letterature

A cavallo tra Ottocento e Novecento, Trieste era il principale porto commerciale dell'Impero austro-ungarico e una città autenticamente cosmopolita. Italiano, tedesco, sloveno e yiddish si mescolavano nei mercati e nei caffè; mercanti greci e serbi innalzavano sontuosi palazzi lungo il Canal Grande; la comunità ebraica ricopriva un ruolo fondamentale nel commercio e nelle professioni.

Questo crogiolo creò un clima intellettuale unico nel panorama europeo. A differenza delle capitali culturalmente omogenee della penisola italiana, Trieste costringeva i suoi abitanti a navigare tra identità multiple — una condizione che si rivelò straordinariamente fertile per la letteratura. La borghesia italiana nutriva forti sentimenti irredentisti, aspirando all'unione con l'Italia, ma fu proprio la tensione tra appartenenza e alterità a conferire alla scrittura triestina la sua caratteristica profondità psicologica.

La città era attraversata da correnti culturali che si alimentavano reciprocamente: la filosofia tedesca di Schopenhauer e Nietzsche, la psicoanalisi di Freud (che proprio a Trieste, da giovane studente, condusse le sue prime ricerche sulle anguille), le tradizioni narrative italiane, la poesia popolare slava. In questo ambiente unico, tre scrittori trovarono le condizioni perfette per ridefinire i confini della letteratura moderna.

Italo Svevo: il borghese triestino e l'inconscio

Italo Svevo — nato Aron Hector Schmitz il 19 dicembre 1861 in una famiglia borghese di origini ebraiche — incarnava il dualismo culturale di Trieste già nel suo pseudonimo: Italo per l'Italia, Svevo per la Svevia (Germania). Studiò alla Scuola Superiore di Commercio "Revoltella" e dal 1880 lavorò come impiegato alla Banca Union in Galleria Tergesteo.

I primi due romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898), passarono sostanzialmente inosservati. Solo con La coscienza di Zeno (1923) — profondamente influenzata dalla psicoanalisi freudiana — Svevo ottenne il riconoscimento internazionale, in buona parte grazie alla promozione di un certo amico irlandese.

Trieste permea la narrativa sveviana. La Galleria Tergesteo, il Viale XX Settembre e il Giardino Pubblico compaiono come scenari caricati delle ansie dei suoi personaggi — antieroi borghesi in lotta con un mondo in rapida trasformazione. La città, con il suo tessuto multietnico e il suo dinamismo economico di porto franco, emerge come protagonista implicita dei suoi romanzi, testimone di una fase storica di grandi mutamenti urbanistici e sociali che Svevo seppe cogliere con sguardo analitico e disincantato.

James Joyce: sedici anni nell'esilio triestino

Il 20 ottobre 1904, un irlandese squattrinato di ventidue anni sbarcò a Trieste in cerca di un posto da insegnante. James Joyce vi sarebbe rimasto — con interruzioni — per oltre sedici anni, fino al luglio 1920.

Insegnò inglese alla Berlitz School di via San Nicolò e poi alla Scuola Superiore di Commercio "Revoltella". Cambiò indirizzo nove volte nel corso del soggiorno triestino: una delle residenze più significative fu in via della Barriera Vecchia 32 (oggi via Oriani 2).

Trieste divenne il laboratorio letterario di Joyce. Qui completò Gente di Dublino, scrisse l'intero Ritratto dell'artista da giovane, compose il poemetto in prosa Giacomo Joyce e le poesie di Pomes Penyeach, scrisse articoli per Il Piccolo della Sera e — fatto cruciale — concepì e iniziò a scrivere l'Ulisse, il romanzo che avrebbe rivoluzionato la letteratura mondiale.

L'atmosfera multiculturale del porto asburgico lasciò il segno su Leopold e Molly Bloom, personaggi il cui status di outsider nella Dublino del romanzo rispecchia la condizione delle minoranze nella Trieste reale. Se Dublino è la città protagonista dell'Ulisse, Trieste ne rappresenta la culla e l'incubatrice: un laboratorio culturale da cui l'opera trae linfa vitale. Joyce stesso, in una lettera scritta in dialetto triestino a Svevo, dimostrò quanto profondamente la città lo avesse plasmato — non aveva imparato l'italiano, ma il triestino.

Umberto Saba: il poeta della scontrosa grazia

Umberto Saba — nato Umberto Poli il 9 marzo 1883 nel vecchio ghetto ebraico di Trieste, in via di Riborgo — fu il poeta più intimo della città. Il padre abbandonò la famiglia prima della sua nascita; per i primi tre anni di vita fu allevato da una balia slovena, Peppa Gabrovich, in via del Monte — un'esperienza che avrebbe segnato profondamente la sua poesia.

Nel 1910 adottò il cognome Saba (regolarizzato ufficialmente nel 1928) e il 28 febbraio 1909 sposò Carolina Wölfler nel Tempio ebraico noto come Scuola Vivante. Nel settembre 1919 acquistò la Libreria Antiquaria in via San Nicolò 30, che sarebbe rimasta il suo rifugio intellettuale per oltre trentacinque anni.

Nel Canzoniere, Saba immortalò Trieste strada per strada. La sua poesia Trieste del 1912 — rielaborata lungo i decenni fino alla versione definitiva del 1945 — regalò alla città l'epiteto più celebre: un luogo di «scontrosa grazia», personificato come un «ragazzaccio aspro e vorace».

Joyce e Svevo: l'amicizia che cambiò la letteratura

L'incontro più gravido di conseguenze nella storia letteraria di Trieste avvenne nel 1907, quando Svevo si iscrisse come allievo di inglese di Joyce. Tre volte alla settimana, Joyce raggiungeva Villa Veneziani nel sobborgo di Servola, dove impartiva lezioni sia a Svevo sia alla moglie Livia.

Svevo soprannominò Joyce con ironia «il mercante di gerundi» — un'affettuosa frecciata alle eterne ristrettezze economiche dell'irlandese. Ma il loro rapporto andava ben oltre le lezioni di grammatica. Una sera Joyce lesse ad alta voce il racconto The Dead (I morti); Svevo e Livia ne furono profondamente commossi. Incoraggiato, Svevo consegnò a Joyce i manoscritti di Una vita e Senilità. La reazione di Joyce fu decisiva: lo definì «un grande scrittore negletto».

Quell'apprezzamento si sarebbe rivelato trasformativo. Negli anni Venti, Joyce promosse La coscienza di Zeno nei circoli letterari parigini, contribuendo in modo decisivo a riscattare Svevo da decenni di oblio. Senza quell'incontro triestino del 1907, la letteratura italiana avrebbe forse perso uno dei suoi capolavori più originali.

Anche Saba ammirava Svevo, sebbene il loro rapporto fosse più ambivalente — un'alternanza di stima e attrito che caratterizzava molte relazioni nel piccolo ma intenso mondo letterario triestino. La copia personale di Saba de La coscienza di Zeno reca la nota possessiva: «mio! Trieste 31/VII/1923 Saba» — un gesto di appropriazione affettiva che dice molto sulla devozione del poeta verso lo scrittore concittadino. Entrambi frequentavano la libreria antiquaria di via San Nicolò, dove Svevo era cliente abituale.

I caffè letterari: salotti della Trieste che scrive

Nessun racconto del triangolo letterario è completo senza il suo palcoscenico: i caffè storici dove le idee circolavano insieme all'espresso e ai dolci.

  • Caffè San Marco (via Battisti 18, fondato il 3 gennaio 1914 da Marco Lovrinovich): il caffè letterario per eccellenza, frequentatissimo da Svevo. Prima della Grande Guerra servì anche come luogo clandestino di riunione per gli irredentisti e officina per la produzione di passaporti falsi. Il 23 maggio 1915, soldati austro-ungarici assaltarono e devastarono il locale. Riaperto nel dopoguerra, conserva ancora oggi gli arredi originali mitteleuropei.
  • Caffè Tommaseo (piazza Niccolò Tommaseo, aperto nel 1830 da Tomaso Marcato): il più antico caffè ancora in attività a Trieste. Ribattezzato nel 1848 in onore del patriota Niccolò Tommaseo, divenne un centro del movimento irredentista. Saba ne adorava il gelato al pistacchio; Svevo vi scriveva abitualmente. Dichiarato monumento storico il 7 aprile 1954.
  • Pasticceria Caffè Pirona (Largo Barriera Vecchia 12, fondato nel 1900 da Alberto Pirona): un gioiello liberty. Joyce, che tra il 1910 e il 1912 abitava nella stessa via, era un cliente abituale e secondo la tradizione iniziò qui la stesura dell'Ulisse. Anche Svevo e Saba lo frequentavano assiduamente.
  • Caffè Stella Polare (via Dante Alighieri 14/a): caffè di atmosfera viennese con alti soffitti, boiserie in legno e grandi specchi. Joyce ne prediligeva il clima cosmopolita per i suoi ritrovi, tra la chiesa serbo-ortodossa e la neoclassica Sant'Antonio Taumaturgo.

L'eredità del triangolo letterario

Il triangolo letterario di Joyce, Svevo e Saba non è una semplice nota a margine nella storia delle lettere europee — è il racconto di come una singola città, in un preciso momento storico, abbia catalizzato una rivoluzione del linguaggio narrativo e poetico.

Oggi, statue di bronzo segnano la presenza degli scrittori: Joyce sul ponte del Ponterosso (dal 2004), Svevo in piazza Hortis nei pressi del Museo Sveviano, e Saba all'angolo tra via Dante e via San Nicolò, in cammino verso la sua amata libreria — con la pipa tra le labbra, eternamente sulla strada di casa.

Anche i caffè resistono. Seduti a un tavolo di marmo al Caffè San Marco o al Caffè Tommaseo, circondati dagli stessi specchi e dalle stesse boiserie che Svevo e Joyce già conoscevano, i visitatori possono ancora percepire quella peculiare alchimia triestina — un'energia creativa e inquieta, nata dall'attrito fra lingue, culture e identità che rese questa città, per un periodo breve e luminoso, la capitale letteraria del mondo.

Passeggiando tra il Canal Grande, via San Nicolò e il Viale XX Settembre, scopriamo che Joyce, Svevo e Saba non sono semplici nomi incisi su targhe commemorative: sono il tessuto vivo di una città che continua a scrivere la propria storia letteraria. Tre scrittori diversissimi per origine, lingua e temperamento, uniti da un'unica convinzione: che Trieste, con la sua «scontrosa grazia», fosse il luogo perfetto dove dare forma alla modernità letteraria del Novecento.

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